Quella pista che porta a Palazzo Chigi

Il punto sul caso "Whu not". L’indagine è decollata dopo le ultime perizie sulle telefonate tra ministro e indagati. Il 17 dicembre Palazzo de’ Marescialli deciderà se trasferire il pm ad altra sede

da Milano

«Sono sereno e vado avanti, come e più di prima». La frase del pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, sembrava «di sen fuggita». Una specie di sfogo a caldo, pochi minuti dopo aver saputo che il Guardasigilli, Clemente Mastella, aveva chiesto alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura di far trasferire il magistrato per «gravi violazioni deontologiche» nella conduzione di «più procedimenti penali». Era il 21 settembre scorso. Da allora nessuno avrebbe potuto pensare che il pm avrebbe continuato a scavare nell’inchiesta Why Not, quella che vede al centro di un presunto comitato d’affari un imprenditore, Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria, il presidente del Consiglio Romano Prodi (indagato già a luglio) e lo stesso ministro della Giustizia Mastella.
La volontà di De Magistris era stata ribadita anche nei giorni scorsi, quando Mastella aveva svelato che alla fine di giugno il pm aveva chiesto al Csm di essere trasferito. Allora, il sostituto procuratore aveva parlato di «prassi» seguita dai magistrati per conoscere il loro posto in graduatoria. «Non ho nessuna intenzione di andare via». E dunque De Magistris, in punta di diritto, non avrebbe potuto fare altro: formalmente, infatti, il Csm deve ancora pronunciarsi (lo farà il prossimo 17 dicembre, ndr) e dunque il magistrato aveva l’obbligo di proseguire le indagini. Inoltre, l’iscrizione del leader Udeur nel registro degli indagati, codice alla mano, è «un atto a garanzia» della persona. Che il ministro della Giustizia fosse coinvolto nelle indagini è emerso quasi subito, visto che già a luglio, dalla perizia curata dal superpoliziotto Gioacchino Genchi depositata in Procura il 26 luglio scorso, emergeva come i rapporti tra Mastella e Saladino fossero «molto confidenziali» e che il Guardasigilli avesse «intensi rapporti» con altri due indagati: il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo e Luigi Bisignani, finanziere ed ex giornalista, già condannato a 2 anni e 6 mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti nel processo Enimont.
Secondo quanto si è appreso, l’accelerazione sarebbe arrivata tra il 10 e il 13 ottobre, quanto De Magistris ha incontrato i consulenti che stanno collaborando con lui nell’inchiesta. Dalle riunioni per fare il punto sui contatti telefonici tra le persone che compaiono negli atti d’indagine e l’imprenditore Saladino, personaggio-chiave dell’inchiesta, sarebbero emersi elementi decisivi, come la circostanza che Saladino era in possesso di un numero di telefono cellulare intestato a Palazzo Chigi.
Qualcuno ha anche evocato l’articolo 372 del codice di procedura penale, che obbliga il procuratore generale presso la Corte di appello ad avocare a sé le indagini quando «in conseguenza dell’astensione o della incompatibilità del magistrato designato non è possibile provvedere alla sua tempestiva sostituzione». Ma non è questo il caso, visto che il procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, che andrà in pensione nel febbraio 2008, non si è pronunciato. Poiché De Magistris non è ancora «incompatibile» con l’indagine Why Not e poiché lo stesso pm ha fatto capire molto chiaramente di non volersi astenere dal procedimento, l’unica strada obbligata per De Magistris era quella di andare avanti con le indagini.
Contattato telefonicamente dal Giornale, il magistrato (che si trova a Roma, ndr) non ha rilasciato dichiarazioni: «Non posso parlare, mi dispiace».
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