Quella povera società sfibrata da Silvio

Scaglia, Scaglia... ma che ci combina. Per questo foglio la ricchezza non è un delitto. Anzi crediamo, piuttosto isolati, che essa sia il segno di una certa abilità. Che dietro di essa non si nasconda necessariamente un crimine, un peccato originale. Ma, caro Silvio Scaglia, ci dia una mano per convincere anche i più pessimisti di questo nostro favorevole pregiudizio verso il contante. Lei aveva un pacchetto di titoli Fastweb che sfiora il miliardo di euro. E ovviamente per quanto ci riguarda di essi può fare qualsiasi cosa: se li goda pure al Cotton club di Mustique. Ma insomma nello stesso giorno in cui decide di fare un po’ di cassa, come è successo due giorni fa, non si faccia intervistare dal Financial Times omettendo l’unica notizia che interessa: e cioè che il fondatore di Fastweb sta cedendo un corposo pacchetto di azioni. Veda, ieri il mercato per prima cosa ha letto il quotidiano inglese e poi ha visto la comunicazione di Borsa sulla sua vendita: e ha iniziato a vendere anche esso. Non capisce, è disorientato. E soprattutto non si fida. Se il nostro atteggiamento fosse puramente moralistico, in ben altre occasioni avremmo potuto arricciare il naso. Quando costituì una cassaforte in Lussemburgo per motivi puramente fiscali. O quel suo tentativo, poi abortito, che da Dubai a Francoforte l’ha portata in giro per il mondo alla ricerca di un compratore. E poi vendere proprio il giorno in cui Fastweb annuncia dopo sette faticosi anni di avere iniziato a fare cassa. Ricco Scaglia, ma povera Fastweb.