Quella ragazzona che graffia le paure di Israele

«Lily la tigre» di Alona Kimhi, tra Philip Roth e Kafka

Alona Kimhi è una che con la penna ci sa fare. Il suo romanzo Lily la tigre (Guanda, pagg. 298, euro 16) dopo aver spopolato in Israele ha conquistato le più prestigiose case editrici nel mondo. È una storia di ordinaria follia in cui c’è di tutto (humour, tragedia, sensualità, surrealismo kafkiano) che si consuma a Tel Aviv.
Il romanzo si apre con Lily, una disinibita igienista dentale di 120 chili che si trastulla nella vasca da bagno tra piaceri solitari e pensieri erotici galvanizzanti. Da qui partono riflessioni e ricordi che daranno il via alla ricostruzione dell’esistenza di questa ragazzona un po’ freak dalla femminilità prorompente e dalla vita, anche interiore, spumeggiante. Intorno a lei si muovono personaggi che esprimono la società israeliana contemporanea negli aspetti più crudi e sottili, ma anche il mondo globale nelle sue infinite contraddizioni, a partire dai rapporti interpersonali incasinati che farebbero impallidire perfino i Dico più spregiudicati: un potenziale marito che abbandona la protagonista a ridosso del matrimonio; un’amica sofferente e torbida con un fidanzato violento e ricchissimo (ha inventato le «Ladies little schinken friend», delle braghe elettriche da donna per debellare la cellulite che hanno ottenuto un successo planetario); un pappone trucido che sfrutta le donne dell’Est europeo e mette in piedi un traffico di minori e handicappati destinati al sesso e alle perversioni più bieche; una taxista madre di cinque figli con ex marito a New York devastata dai sensi di colpa e infine un trans giapponese che è tutto un programma con cui Lily perde la verginità a bordo di un Boeing 737 che sorvola l’Atlantico (in bagno, per l’esattezza).
In questo magma, c’è anche spazio per le vecchie generazioni che mal si adattano a una modernità sempre più competitiva e incalzante: da quei bravi sionisti pragmatici con tanti ideali in testa dotati di antiche saggezze ai sopravvissuti dell’Olocausto mai davvero rappacificati con il passato; oppure personaggi come i genitori della protagonista, teatranti della commedia yiddish, strenui difensori di una tradizione che rischia di andare a farsi benedire nel globalismo imperante. E ancora storie di diaspore e di migranti che vanno e vengono dalla Russia o dagli Usa, ognuno con le proprie gatte da pelare. Non ultimi i rapporti irrisolti con i palestinesi, l’eterna piaga che fa da amaro sottofondo nelle esistenze di tutti ma sulla quale si riesce anche a scherzare. C’est la vie, insomma, qui in terra d’Israele, dove la lotta per la sopravvivenza tiene uniti amici e nemici e dove anche la persona più mite può decidere di trasformarsi in una tigre, come la sensuale e burrosa Lily, versione moderna del più famoso scarafaggio di Praga... Ma sia chiaro, anche il felino più feroce sbrana soltanto quando è affamato o in pericolo, altrimenti sa essere docile e buono come un micio (almeno si spera).
Alona Kimhi è nata nel 1966 a Lvov, in Ucraina, e si è trasferita con la famiglia in Israele nel 1972. Vive a Tel Aviv, dove è considerata una star. Di lei, curioso miscuglio tra Philip Roth e Kafka, sentiremo ancora parlare.
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