Quella rete di coperture tra rom che frena le indagini

Omertà, protezione, vedette schierate e informazioni che viaggiano in tempo reale attraverso circuiti alternativi, uomini giusti in ogni campo. E poi documenti falsi, alias a volontà, permessi di soggiorno ottenuti all’estero, età ballerine, società fasulle, prestanome disposti a intestarsi automobili e telefonini. È la rete di sicurezza dei nomadi, che ostacola le indagini sui reati da loro compiuti, rendendole simili a un’incisione di Escher: un rompicapo. Qualche volta, come nel caso di Goico Jovanovic, arrestato a pochi metri dal confine serbo, gli investigatori ne vengono comunque a capo. Altre volte indizi, sospetti, intercettazioni affondano e spariscono come nelle sabbie mobili.
È di pochi mesi fa il caso di Angelo Levacovich, 23 anni. Il 9 giugno 2011, dopo aver rapinato una tabaccheria, è su una Bmw sparata come un proiettile a fari spenti nella periferia milanese. Con lui il fratello e due minori. Dietro di loro gli agenti di una volante. All’incrocio tra via Cogne e via Arsia, a Quarto Oggiaro, la Bmw invisibile travolge la Citröen C3 di Pietro Mazzara, 28 anni, che muore sul colpo. Levacovich e il fratello fuggono a piedi dal luogo dell’incidente, ripresi da una telecamera, abbandonando i loro complici. Angelo viene arrestato dopo tre mesi e mezzo di latitanza trascorsi girovagando da un campo nomadi all’altro dell’hinterland milanese. Una vita fatta di sonno di giorno e spostamenti di notte, telefonate con schede sempre diverse e comunque intestate a prestanomi. Alla fine nel muro di omertà gli inquirenti trovano un varco e arrestano Levacovich con un blitz nel campo di via Martirano, malgrado il meccanismo di allarme scatti e quasi salvi il latitante. Il fratello probabilmente è ancora nascosto in qualche baracca.
Anche a Roma la rete di protezione dei latitanti è assai efficiente. Fu in un campo nomadi abusivo di Primavalle che venne trovato Alexandru Isztoika Loyos, uno dei due autori dello stupro della Caffarella, che nel febbraio del 2009 riempì le cronache dei giornali. Il suo più anziano complice, Karol Racz, allora 36 anni, fu catturato in un insediamento di rom alla periferia di Livorno. E Halid Ahmetovic, uno dei componenti della «banda delle casseforti» che mise a segno numerosi colpi nel milanese tra la fine del 2008 e il 2009, fu arrestato tre mesi dopo i 16 complici, tutti bosniaci: anche lui trovò un supplemento di libertà in un campo nomadi a Sesto San Giovanni.