Quella rissa tra Dc che spinse Prodi al governo

La moglie Flavia: «Il suo successo? Dovuto all’amicizia con molte persone»

Causa prima dell’apparizione di Romano Prodi nella politica nazionale fu un’abbondante libagione di Carlo Donat Cattin nel suo ristorante preferito. Prima di dirvi del banchetto, due parole sul banchettante.
Donat Cattin, ispido dc piemontese capo della corrente Forze Nuove, era stato nominato in quei giorni (novembre ’78), vice segretario del partito. Ma il segretario, Benigno Zaccagnini, un orfano di Moro ucciso sei mesi prima, diffidava di lui. Lo aveva accettato obtorto collo, solo per equilibri interni. A Donat Cattin del disamore di Zac non importava un fico. Il suo rovello era un altro. Da mesi ministro dell’Industria del IV governo Andreotti, era ora costretto a lasciare la poltrona, incompatibile col nuovo incarico. Voleva però passarla a un suo uomo e pensava a Giuseppe Sinesio, un fedelissimo siciliano. Per riuscire nell’impresa doveva imporlo senza averne l’aria, aggirando gli appetiti delle correnti rivali. Con questa strategia in testa, Donat Cattin entrò nel ristorante.
Il «Girarrosto fiorentino» di via Sicilia a Roma è famoso per le carni e il Chianti. Donat Cattin gli dette sotto con le une e con l’altro e, imprudenza suprema, rilasciò un’intervista durante l'abbuffata. Sbracò, anticipando le proprie intenzioni. L’indomani, presero cappello il premier, Andreotti, e il segretario Zaccagnini. «Ci vuole scavalcare. Gli daremo una lezione», dissero all’unisono e per punire Donat Cattin, ma senza irritarlo con la nomina di un dc di altre parrocchie, ripiegarono su un «tecnico». Così sulla poltrona ancora calda di Donat Cattin sedette un semisconosciuto professore di Bologna che divenne, tra lo stupor del mondo, ministro dell’Industria. Per Romano era finalmente il debutto sulla scena nazionale. Dopo la cattedra nel ’71, aveva cercato in vari modi di imporsi all’attenzione. Ci era riuscito in parte attraverso i giornali. Agli inizi, telefonava umilmente alle redazioni offrendo commenti di economia, accettava di scrivere trafiletti e invitava a pranzo i giornalisti. Col tempo, fu lui a essere cercato. Divenne prima collaboratore dell’Avvenire, giornale dei vescovi, poi del Sole 24 ore, giornale della Confindustria, infine del Corriere della Sera, giornale della sinistra ricca. Il suo nome circolava fra i lettori e una certa fama gli dette anche la seduta spiritica di Zappolino. Ma questa, solo tra gli uomini del Palazzo, giacché la notizia di quell’exploit filtrò nel grande pubblico a passo di lumaca.
Nominato ministro, la stampa sentenziò che Prodi era nella manica di Andreotti e di Zaccagnini, i due che lo avevano scelto. Ma l’indispettito Donat Cattin, che credeva di saperla più lunga, affermò: «L’ha voluto lì la Fiat» e, in un certo senso, aveva ragione.
Come è sempre stato e sarà, dietro la nomina di Romano c’era lo zampino di Beniamino Andreatta. Nino era il centro di vari snodi. In quanto moroteo era amico di Zaccagnini. Come economista principe della Dc, era ascoltato da Andreotti. Ma, soprattutto, era l’uomo dell’Arel, l’aggregato di teste d’uovo che tracciava la linea economica al partito. Tra i soci fondatori dell’Arel era Umberto Agnelli che proprio in quella legislatura, ’76-79, sedeva alla Camera come deputato democristiano. Di qui, l’uscita di Donat Cattin. Ma era un’illazione, tipo due più due fa quattro: Andreatta +Arel+U. Agnelli +nomina all’Industria= Romano uomo Fiat. Solo nei lustri successivi, Prodi mostrerà di essere agnellista in servizio permanente. Da capo dell’Iri, col semidono dell’Alfa agli Agnelli. Da capo del governo, tra ’96 e ’98, col marchingegno della rottamazione auto.
Inaugurando quello che sarà il suo vezzo, Romano prima di accettare il dicastero fece il ritroso. Fu tempestato di telefonate, preghiere, ammonimenti. Infine, emettendo uno dei suoi cavernosi sospiri e la frase celebre da allora cento volte ripetuta: «Vista la situazione in cui versa il Paese, metto a disposizione le mie competenze», partì un sabato sera per Roma. La domenica mattina si presentò, vestito di tutto punto con la valigetta in mano, al ministero di Via Veneto seguito da un codazzo di giornalisti. Trovò solo il custode, che lo prese per un «pistola». L’uomo gli spiegò con pazienza che, come è uso in Occidente, il dicastero la domenica era chiuso e, se voleva vendere merce, passasse l’indomani. «Grazie, tornerò domani. Sono Prodi, il nuovo ministro», rispose Romano che gli strinse la mano, ammiccando a cronisti e fotografi entusiasti. I titoloni dei giornali del giorno dopo resero popolare in ogni angolo d’Italia l’ideatore della sceneggiata. Il finto grullo aveva vinto il primo incontro coi media.
Romano rimase all’Industria 115 giorni. Firmò la legge sul salvataggio delle aziende in crisi che porta il suo nome. Un provvedimento buonista a parole, che non ha mai funzionato nei fatti. Sapeva, naturalmente, anche lui che non sono i decreti a salvare le aziende, bensì gli imprenditori con gli attributi. Ma qualcosa in quelle 16 settimane bisognava pur fare. Negli anni a venire, il suo nome circolò legato alle legge e ne tenne vivo il ricordo. Anche questo contribuì a sistemarlo nell’archivio delle riserve della Repubblica in attesa di utilizzo. Il 20 marzo ’79, Andreotti fece il suo V governo. Romano fu scaricato e al suo posto andò il psdi Franco Nicolazzi. «All’Industria hanno messo un insegnante elementare», commentò il trombato con l’usuale nobiltà. Il medesimo, 17 anni dopo, metterà un pm a capeggiare i Lavori pubblici e le grandi opere di ingegneria.
Era giusto, esaminando l’attività politica di Romano, cominciare da un’esperienza importante come quella di ministro. Ma non era la prima volta che scendeva nell’agone politico. Da giovanotto, era stato consigliere comunale di Reggio Emilia. Fu nella «legislatura lunga», 1964-1970, come la chiamano i reggiani. L’unico periodo in cui Romano ebbe la tessera della Dc. Poi restituì il papiello e continuò la carriera come dc criptato, simulando indipendenza.
Nulla si sa della sua attività in Consiglio comunale, perché nessuno lo ricorda. Viene però in soccorso, «Insieme», il recente libro scritto a quattro mani da Romano e Flavia Prodi, la gentil consorte. Duecentocinquanta pagine dedicate all’armonia coniugale e alla presenza costante, 24 ore su 24, di Flavia in ogni respiro, sospiro, ambascia e angoscia di Romano. Da spararsi, se non fossero così simili e fatti l’uno per l’altro.
Da «Insieme» apprendiamo, innanzitutto, che in quegli anni i Prodi, papà, mamma e i nove fratelli, erano inquilini della Federazione comunista, proprietaria dello stabile in cui abitavano. C’era la sede del partito e del circolo «Gramsci». «La casa era un po’ come una finestra su una realtà importante, quella del Pci di allora in una città emiliana», commenta la signora Flavia che alterna col marito i capitoli del libro, ma il cui stile è più rotondo e cordiale, rispetto a quello di sé compiaciuto e moralistico di Romano, infarcito di «ho sempre pensato», «assolute priorità» e cenni alla sua «forte volontà». Il successo alle comunali, ammette la signora, era stato più merito della famiglia che non di Romano, da anni estraneo a Reggio per gli studi milanesi e le trasferte anglosassoni post laurea. Molto avevano inciso «il ventennale passaggio dei nove fratelli Prodi nella scuole cittadine... i legami d’amicizia con molte persone... i legami stretti col mondo cattolico».
Una volta in Consiglio comunale, Romano non fu entusiasta. Il sinedrio comunista si occupava poco della città e troppo di Vietnam e crimini Usa. Tra i critici più accesi degli yankee, il ferrigno Rino Serri che era anche l’incaricato del partito a riscuotere la pigione dei Prodi. Trent’anni dopo, passato a Rifondazione comunista, Serri divenne sottosegretario agli Esteri del governo di Romano. «Segno delle profonde evoluzioni del sistema politico», commenta serafica Flavia che, accecata dall’affetto, sorvola sulle evoluzioni ben più profonde del marito opportunista. Dopo cinque anni da consigliere, visto che si andava per le lunghe, il professorino si dimise con qualche anticipo. «Non ce la faceva più a stare in Consiglio fino alle 3 di notte e a prendere il treno per Bologna, dove insegnava, alle 7 del mattino», conclude, comprensiva e amorevole, la simpatica signora.
La digressione di «Insieme» ci ha riproposto con efficacia le relazioni, uno per tutti, tutti per uno, dei fratelli Prodi. Due di loro, Vittorio e Paolo, hanno fatto politica, ma a tempo perso, lontani anni luce dai livelli stratosferici di Romano. Vittorio, 67 anni, è oggi parlamentare europeo della Margherita. Anni fa, era presidente della Provincia di Bologna. Come tale, ha fatto finanziare dalla Provincia uno studio del germano Paolo sulla storia delle Chiesa bolognese. Familista, direte voi. Certo, ma come può esserlo un Prodi, con la coscienza a posto, lo spirito puro e il convincimento che se anche i soldi li cacci tu, il piacere te lo fa lui. Infatti, scoppiata la polemica, Vittorio precisò seccato che la decisione aveva i crismi della più perfetta legalità e che Paolo era il non plus ultra per l’incarico. Paolo, più seccato del fratello, confermò che lui era quanto di meglio, che non ci guadagnava una lira e che i baiocchi erano nudo rimborso.
Paolo, 72 anni, è effettivamente un emerito storico della Chiesa e del Concilio Vaticano II. Bizzarro e sparagnino, quando insegnava alla Normale di Pisa, abitando a Bologna, faceva una lezione il lunedì alle 21 appena sceso dal treno, dormiva da un fratello che a Pisa viveva, faceva l’altra il martedì alle 7, riprendeva la tradotta delle 8,30 e riappariva la settimana successiva. Gli allievi, oggi sui 55, hanno ancora le occhiaie. Paolo, che è il più radicale dei Prodi, fu responsabile della Dc per la Cultura ai tempi di De Mita. Ma piantò il partito, considerandolo mafioso, e passò alla Rete di Leoluca Orlando, diventandone deputato.
Nelle vene del placido Romano scorre anche questo sangue tumultuoso.
(6. continua)