Quella Roma vietata all’immensa Martina

È finita con la gente in piedi sui marmi candidi del Foro Italico, tutti che gridavano in coro Martina, Martina, un po' come era successo due anni fa anche al Roland Garros per un'altra grande leggenda vivente del tennis, Jimmy Connors. Tre minuti, cronometrati, è durato quell'applauso. Un'eternità. Commovente, strappalacrime. Sì, perché anche questa volta il generoso tributo della folla era rivolto a chi aveva perso. Aveva perso Jimbo Connors con Chang a Parigi, ha perso, dopo aver alimentato non poche illusioni, anche Martina Navratilova. Si può battere un'avversaria, anche se è la terza del mondo, anche se gioca bene, ma è molto più difficile battere un certificato anagrafico. A ventotto anni, ma anche a trentaquattro - quando Martina ha vinto il suo nono e ultimo Wimbledon - l'esule cecoslovacca non avrebbe certamente sbagliato quella volée di dritto che le è costata il primo set: «Vorrei tanto poterlo rigiocare quel punto, quel maledetto punto» avrebbe detto poi, con un sospiro, la regina tradita ancora da Roma, da questo torneo per lei stregato. La realtà del tennis può essere crudele come la vita, la stessa occasione non te la presenta quasi mai due volte, almeno negli stessi termini. Su quella maledetta palla, il primo dei due set point avuti sul 5-4, Martina ci è arrivata male (...).
Ma l'errore di volée è stato decisamente più grave del successivo - sul secondo set point - commesso con lo smash e favorito da un gran recupero dell'irriducibile Conchita Martinez, che ha così potuto meritatamente festeggiare il secondo trionfo consecutivo al Foro Italico nonostante il tifo ostile di tutti. (...) La Martina degli ultimi games non correva più, si trascinava, e alla fine, furibonda, ha rifiutato perfino l'intervista televisiva. «Fra un anno potrei anche tornare» diceva sul campo, commossa dagli applausi. Più tardi rettificava però: «La folla con il suo calore ti esalta, ti spinge a lottare, a dare tutta te stessa, ma per giocare una partita serve molto di più, purtroppo non basta l'applauso della gente».
(Cronaca della finale 1994, tratto da
«Roma, 40 anni di tennis» per gentile concessione dell’autore)