Quella satira volgare in tv che non rispetta gli uomini

Bruno Fasani

Ho visto le scene del malore di Berlusconi e ho provato disagio. Le ho riviste, in offerta al mercato della morbosità, e ne ho provato disgusto. Blob le ha servite all’ora di cena e mi sono chiesto se nel lessico informativo sia entrato il genere dello sciacallaggio. Ho guardato il comico Rossi, prodursi in una performance da guitto, mentre imitava la scena dello svenimento a «casa» di Fazio, quello di Che tempo che fa. Domanda retorica, perché il barometro, da quelle parti, segna sempre stesso andamento.
Sulle macerie di un’informazione in libera uscita, restano alla fine molte domande. Si dice che il giornalista debba stare sui fatti. Ed è vero. Ma proprio su questa esigenza informativa si inserisce un quesito etico non indifferente: necessariamente la notizia, per essere vera, ha bisogno del supporto di immagini che ne evidenzino il suo accadere? È forse necessario mostrare il taglio della gola, per dire ai cittadini che una persona è stata assassinata?
Dietro queste cadute di stile del mondo televisivo si cela in realtà un problema che va oltre il dibattito del far vedere o censurare un fatto. Siamo alla morte della pietas, di quel sentimento che si ferma sull’uscio della sacralità della persona, per rispettarne la dignità e il senso di una comune appartenenza umana. Il dettame evangelico di non fare agli altri ciò che non vogliamo per noi stessi intercetta in maniera esemplare l’urgenza di riconoscere, per ogni uomo, il limite invalicabile della sua verità più intima.
Oggi, si fa un gran parlare di privacy, in una continua moltiplicazione di provvedimenti restrittivi per garantirla. Ma proprio l’enfasi con cui la si celebra viene smentita quotidianamente da una morbosità che sembra sfuggire a qualsiasi argine di contenimento. Temiamo le telecamere, ma è l’occhio umano che ha perduto la luce di una coscienza capace di rispetto.
A questa cultura, che sembra disattendere i confini del buon gusto e il dovere di rispettare la dignità umana, non è estranea la convinzione che chi opera nei potenti mezzi di informazione, così come nel mondo dell’arte, è in qualche maniera autorizzato a librarsi sopra le categorie di bene e di male, quasi che l’unica moralità possa ridursi alle capacità professionali e al potere di esibirle.
Siamo partiti dalle vicende di Berlusconi, ma potremmo interrogarci su una ben più vasta letteratura televisiva, che gioca sull’emotività dei sentimenti, esibiti con spudorata indifferenza. Si tratta spesso di faccende di minore gravità oggettiva, ma non per questo meno devastanti sul piano della formazione del costume. La tendenza a portare in piazza i drammi familiari, i malumori di affettività fragili e provvisorie, la conflittualità relazionale, sta di fatto introducendo una cultura da guardoni, senza portare alcun contributo perché i rapporti umani trovino percorsi maturi e strumenti pedagogici adeguati. Sulle miserie altrui ci si diverte da morire, mentre cresce la convinzione che basti un abbraccio emotivo per chiudere i conti con passati laceranti.
Scenari inquietanti, per adulti sempre più alle prese con tentazioni giovanilistiche, ma soprattutto per giovani, sempre più inclini a credere che le partite della vita si giochino sui tempi brevi dell’emozione. Esperienze estemporanee, che si esauriscono velocemente, pronte a resettarsi, come si fa con un banale computer, per ricominciare di nuovo, su un altro binario.
È proprio il bisogno di relazioni autentiche, capaci di restituire valore e dignità alla persona, che esige un ripensamento da parte di chi fa informazione e degli uomini di spettacolo. La vicenda di Berlusconi può costituire una singolare opportunità di riflessione per il mondo dei giornalisti. È vero che essi non sono educatori, così come non lo sono i legislatori o gli artisti... Ma è soprattutto da loro che si sviluppa e cresce la cultura del nostro tempo, segnando, come fu nel Rinascimento, una svolta epocale. Verso il meglio? Non necessariamente.
brunofasani@yahoo.it