Quella "scatola di sabbia" diventata gigante del petrolio

L’Italia strappò la Libia all’impero Ottomano nel 1911-12, con una guerra che sollevò gli entusiasmi degli italiani, da due decenni costretti all’emigrazione e che speravano di trovare lavoro nella «quarta sponda». Persino un poeta mite come Giovanni Pascoli si esaltò con la celebre frase «La grande proletaria si è mossa». Il governo centrale turco, del resto, non portava nessun beneficio – se non quello di essere musulmano – alla popolazione di 800.000 abitanti sparsa su un territorio, immenso e desertico, di 1.800.000 chilometri quadrati, quasi sei volte l’Italia. Fra i pochi che si opposero c’era il rivoluzionario socialista Benito Mussolini che – insieme a Pietro Nenni – venne anche arrestato dopo una manifestazione contro la conquista di «uno scatolone di sabbia».

L’occupazione italiana non si trasformò mai nel genocidio di cui si lamenta da anni la propaganda di Gheddafi. Fu un fenomeno tardo-coloniale, con lo scopo di sfruttare una terra (quindi valorizzandola) e i suoi abitanti (quindi reprimendo con varia durezza chi vi si opponeva). Ma non ci fu mai la sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, con l’intento di farlo scomparire. Nei primi anni, gli italiani si limitarono a occupare le zone costiere, le uniche abitabili, lasciando a se stessa la zona desertica, percorsa da pochi pastori nomadi. In breve nacque una resistenza armata e Mussolini, diventato duce, iniziò una vera politica di riconquista dell’entroterra e di repressione della guerriglia. Il protagonista fu il generale Rodolfo Graziani: fra il ’30 e il ’31 metà degli 80.000 pastori della Cirenaica venne trucidata e 20.000 furono costretti a rifugiarsi in Egitto e in Tunisia.

L’arrivo di Italo Balbo come governatore, nel 1934, cambiò tutto. Balbo iniziò una politica pacificatrice e di grande apertura verso la popolazione libica, con un paternalismo illuminato che non ha riscontro in nessuna delle altre amministrazioni coloniali italiane e pochissime in quelle di altri Paesi. Fece chiudere i cinque campi di lavoro forzato esistenti e incoraggiò il ritorno dei profughi. Anche per ambizioni personali e per dissensi dalla politica mussoliniana, Balbo dette alla Libia un’organizzazione il più possibile indipendente dalle strutture nazionali italiane e fasciste. Furono sviluppati l’artigianato locale e il turismo e resi efficienti i servizi pubblici. Balbo si batté anche per parificare i cittadini libici a quelli della madre patria, che arrivarono numerosi a cercare di rendere fruttuosa quella terra avara.

Non venne scoperto il petrolio perché le trivelle dell’epoca non erano ancora abbastanza potenti ma furono scoperte falde acquifere tuttora preziose per il Paese. Le strade furono più che raddoppiate e venne costruita la «Balbia», 800 chilometri lungo la costa. In un viaggio in Libia, una dozzina di anni fa, ho constatato che gli italiani sono ricordati senza ostilità dai vecchi libici, nonostante la propaganda di Gheddafi, che all’inizio degli anni Settanta arrivò a espellere persino le salme dei nostri defunti.

Il resto è storia recente, quasi cronaca: nel 1976 Gheddafi acquistò una quota della Fiat in crisi; quota che venne ricomprata dieci anni dopo, quando da una nave libica sarebbero partiti (la faccenda è ancora controversa) due missili Scud contro la base americana di Lampedusa. I missili sarebbero finiti in mare, lo stesso mare da dove oggi arrivano a migliaia i clandestini che Gheddafi ci tiene puntati alla tempia come una pistola. Èinnegabile che ai libici portammo anche violenza e oppressione, e può essere giusto risarcirli ricostruendo la vecchia «Balbia». (E dire che Filippo Tommaso Marinetti cantò così quella strada: «Sei la lunga chiusura lampo di un vestito di sole luna stelle italiane che modella il corpo grasso pensoso desertico dell’Africa nostra apriti dunque e denudala per il nostro godimento».)

Ora ci rimane la speranza che Gheddafi deponga la pistola; certo non consola ricordare che, nel 1981, spese 30 milioni di dollari per il film di propaganda anti-italiana «Il leone del deserto»; e che ne sta investendo altri 40 per un altro, simile, che si chiamerà «Ingiustizia – Gli anni del tormento».
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