Quella sconfitta morale del fronte del sì

Gustavo Selva*

Nichi Vendola, di Rifondazione Comunista e militante di ogni diversità, batte in Puglia (regione da sempre «moderata») Raffaele Fitto, uomo di centro e di radicate certezze borghesi, e la stampa grida alla «vittoria della globalizzazione», alla «modernità italiana», alla sconfitta del «Centro» e, soprattutto, dei suoi valori. Meno di tre mesi dopo, il 75 per cento degli italiani «schiaffeggia» quel 26 (scarso) per cento che votano «sì» per modificare una legge sulla procreazione assistita approvata in Parlamento e lo fanno per le ragioni religiose su indicazione, nientemeno, che di Papa Benedetto XVI e del Cardinale Ruini. Viene da pensare che gli italiani sono impazziti e che quello stesso elettorato «moderno e progressista» a tre mesi dalla data delle Regionali è in realtà un «popolo bue».
Con un’aggiunta: con la vittoria di Vendola era «morto, sconfitto, disintegrato» il Centrodestra; con la vittoria degli astenuti è sconfitto, annientato il fronte dei «sì» sorretto dal Centrosinistra. A pochissimi viene in testa – e la stampa è specchio fedele della confusione che s’è creata – che la vittoria di Vendola è stata quella di un esponente radicato nel cuore della propria regione, di lungo corso politico e che si giovava di un calo molto sensibile dello schieramento avversario; che la sconfitta dei «sì» di pochi giorni fa è stata una dimostrazione di saggezza di un popolo, una chiusura netta alla manipolazione della vita umana, una conferma che gli italiani sono meno secolarizzati e «consumisti» di quanto si potesse pensare (e pensassero politici e rilevatori di opinioni) e conservano, ben radicato nei loro cuori, un sentimento di religiosa tutela del mistero della vita. Che il taglio tra «sì», «no» e «mancati votanti» attraversasse tutti gli schieramenti si sapeva. Ciò che non si sapeva è che quelli che non avrebbero votato sarebbero stati il 75 per cento, una cifra tale da dimostrare la «assoluta volontà» di non votare della stragrande maggioranza degli italiani.
È su questo fatto che i protagonisti della politica e dell’informazione di entrambi gli schieramenti devono ragionare, perché è evidente che «tutti» non avevano capito nulla. Quelli che, oggettivamente, sono andati più vicini a un atteggiamento non in preda a distorsioni «politico-morali» sono stati Silvio Berlusconi, che ha scelto di non parlarne neppure, e Giuliano Ferrara, che ha parlato solo di quello, facendo della lotta al relativismo e allo scientismo in nome del nuovo ossimoro che definisce i «laici-devoti», la propria bandiera assoluta.
In genere i politici pagano le loro sconfitte. Se Fini si fosse dimesso dopo il calo elettorale di An nelle regionali, si sarebbe capito, ma questa volta si correva su un’altra strada: culturale, morale, di atteggiamento verso i valori della vita e della più larga, compiuta «umanità». Se questo è il quadro, Fini può rimanere, perché la morale personale non si decide a maggioranza. Se, invece, i «sì» (o i «no») erano stati decisi «a tavolino», in vista di una ricaduta politica, se il dilemma, divenuto epocale, sull’istante in cui nasce la vita umana doveva servire per «posizionarsi» in un modo o in un altro, cioè per un interesse di parte, il quadro cambia. Allora quelli del 25.9 per cento hanno perso e se ne devono andare perché non avevano fatto bene il loro mestiere di politici, che è quello di capire il proprio elettorato e di intercettarne i desideri e le pulsioni. Soprattutto, dico io, quando, alla prova, esso fornisce indicazioni morali di altissimo valore.
*deputato di An