Quella scuola di vita che non esiste più

La scena sta per ripetersi, e noi crediamo di conoscerla già, ma non è del tutto vero. Le scuole riaprono. Già da qualche giorno gli insegnanti si riunivano svogliatamente per gli adempimenti formali, ma era ancora estate; adesso ecco le solite strade cittadine nuovamente intasate, alle sette e mezzo del mattino, di utilitarie, di suv, di fuoristrada, tra i fumi del rinato inquinamento urbano (all’Elba, a Minorca, in Croazia ve l’eravate dimenticato, no?). Le mamme faticano un po’ a fare manovra col Cherokee e col Pajero, anche perché la mano disponibile è una sola (l’altra regge il cellulare) e l’abitudine agli spazi urbani non c’è più.
Ogni anno, più o meno, è così, ma ogni anno le cose cambiano, e noi non siamo mai pronti. Bisogna fare attenzione ai campanelli d’allarme, ascoltare gli umori dei figli, degli amici dei figli, origliare (anche se non sta bene) i discorsi che fanno tra loro a questo proposito.
Perché c’è un dato preoccupante, del quale nessuno, ministro preside docente provveditore o genitore che sia, può permettersi di non tener conto, e cioè che i ragazzi, in percentuale sempre crescente, odiano andare a scuola. Nel 2001 un’indagine Ocse ci comunicava che il 37 per cento dei giovani considerava la scuola come «il luogo in cui non voglio andare». E sono certo che, in questi cinque anni, la percentuale è cresciuta. Non si tratta della solita svogliatezza, secondo quella vulgata per cui il bambino che non vuole andare a scuola è un bambino sano (risento i vecchi pedagogisti progressisti: «ci sarebbe da preoccuparsi del contrario»). Bisogna finirla con i luoghi comuni, compresi quelli che ci fanno sentire mentalmente «aperti».
Il problema è grave. Una massa sempre crescente di ragazzi intelligenti, non depressi, non denutriti, non obbligati a levatacce per dar da mangiare alle galline o per mungere le mucche, figli di genitori solerti, genitori preoccupati di dare loro non solo playstation e merendine ma anche buone scuole - ebbene, una massa di ragazzi così considera la scuola come un luogo e gli anni di scuola come un tempo completamente privi di senso. Il fatto che la scuola insegni Dante e Galileo, gli integrali e le leggi di Mendel, la poesia di Orazio e la partita doppia viene visto come un vantaggio irrisorio rispetto all’immensa perdita di tempo e alla sovrana inutilità della scuola.
È con questo problema di senso che la scuola oggi deve fare i conti. Perché conoscere Dante? Per finire a fare lo stesso mestiere sfigato del mio prof? Quando sento ragazzi di quindici anni sostenere che la scuola non li prepara al mondo del lavoro (del quale non hanno la più pallida idea) la mia preoccupazione nasce da una domanda semplice: da dove hanno tratto, questi ragazzi, il metro di giudizio per stabilire - e con una certa sicurezza, anche - che la scuola è inutile? Chi gliel’ha detto?
È evidente che esistono altri «maestri», cattivi o buoni non importa, ma comunque diversi dalla scuola, e più forti, più autorevoli, capaci di trasmettere non nozioni, ma categorie, concetti, criteri mediante i quali il giovane sistemerà le nozioni apprese a scuola (ma anche fuori dalla scuola). Se, a quindici anni, avessi detto ai miei prof o ai miei genitori che la scuola non introduce adeguatamente al mondo del lavoro, le risposte sarebbero state del tipo: «pensa a studiare e non occuparti di problemi che non ti riguardano» oppure «vai a fare il falegname per un anno e poi ne riparliamo». Esisteva un mondo di persone grandi, rispetto alle quali io e quelli della mia età eravamo solo degli sbarbatelli.
Adesso, per la maggioranza dei casi, non è più così. Se un ragazzino dice che la scuola non è adeguata alle esigenze del mondo del lavoro, noi stiamo ad ascoltarlo, lo prendiamo sul serio, e invece di dargli una pedata nel sedere facciamo dei loro discorsi il tema di un intervento a qualche convegno di sociologia.
Possiamo stabilire alcune ragioni storiche di questa situazione. La più evidente, per quanto riguarda il nostro Paese, sta nella funzione, nel ruolo che la scuola ha ricoperto, si può dire, dall’unità d’Italia fino a qualche anno fa: la scuola come fonte di promozione personale e sociale. Attraverso la scuola, un individuo poteva accedere - questa la grande promessa - a un livello di vita migliore rispetto a quello di chi l’aveva preceduto: genitori, nonni ecc. Una maggiore istruzione avrebbe aperto le porte verso posizioni sociali, ma anche verso una soddisfazione personale, molto maggiori.
Scopo di un sistema scolastico è, ovviamente, produrre dei buoni cittadini (cosa già problematica in un Paese come il nostro, in cui Cittadino e Stato si sono sempre guardati in cagnesco, e dove ogni Governo cerca solo di disfare quello che il Governo precedente aveva fatto): la scuola francese dovrà produrre dei Francesi, quella tedesca dei Tedeschi, quella italiana degli Italiani. Per ottenere questo scopo, bisognerà però renderlo desiderabile. Entra così in gioco la categoria del Desiderio. Era necessario spiegare perché saper leggere e scrivere era più desiderabile che restare analfabeti, perché un diploma è utile, perché una laurea è meglio di un diploma. Per destare il desiderio, il mezzo più semplice era puntare sull’avanzamento sociale: con un’istruzione migliore occuperai un posto migliore, di maggior prestigio e meglio remunerato, di quello di tuo padre. E altri discorsi del genere.
Per molto tempo questo sistema ha funzionato, superando anche molte crisi, come quella del ’68. L’idea di fondo era forte, e buona: attraverso la conoscenza potrai conquistare la cosa più importante che ci sia: te stesso. In questo modo, essere il primo diplomato - e, in seguito, il primo laureato - di famiglia costituiva un’ambizione utile a tutta una società che aveva molta voglia di essere se stessa.
Quando frequentavo la scuola, negli anni Settanta, nonostante le molte contestazioni tutti sapevamo che andarci era la cosa più importante. Suonavamo il rock, andavamo in discoteca, ci piacevano le ragazze, qualcuno fumava hashish, si giocava a calcio e a basket, però la scuola rimaneva al centro dei nostri pensieri. Essere i migliori a scuola aveva una rilevanza che oggi non ha più. Spesso, oggi, i migliori in profitto sono tenuti in un certo disprezzo: paradossalmente, spesso sono proprio loro gli «sfigati». Chi ottiene buoni voti a scuola viene considerato un perdente, uno che sublima con la scuola un’innata tendenza al fallimento. Capita, insomma, che i giovani più intelligenti e creativi siano proprio quelli che hanno maggiormente in odio la scuola.
Che prospettiva può offrire la cultura, per un ragazzo di oggi? Diventare docente universitario, a chi interessa? Conoscere Dante a memoria: perché? I miei figli constatano giorno dopo giorno che la cultura, e le migliaia di libri letti, non mi hanno reso ricco, mentre il papà di Xy quello sì ha i soldi, e pensare che dopo la terza media ha lasciato la scuola perché non ne aveva più voglia. Non solo avere una cultura non serve a nulla, ma i genitori con una cultura risultano, nel nostro mondo, delle vere e proprie palle al piede, perché legano i figli allo studio, perché dicono loro «prima ti diplomi e poi ne parliamo» facendo perdere loro del tempo prezioso, mentre chi se n’è andato in fretta fuori dai piedi (magari perché i genitori non avevano argomenti per trattenerli) ha fatto fortuna, guadagnando tempo prezioso.
L’unica attrattiva vera, a condizioni normali, sono rimasti i soldi. Ma tra i soldi e lo studio non esiste più alcun nesso, perché per fare i soldi è necessario avere qualcosa da vendere e saperlo vendere bene, e basta. Diventare se stessi attraverso la conoscenza? Sogni d’altri tempi...
Vorrei concludere con due osservazioni. La prima. Qual è la vera differenza tra oggi e trent’anni fa? Anche trent’anni fa un sacco di gente non aveva voglia di studiare. Allora, però, c’erano gli adulti. L’adulto non è un tizio pieno di soldi, che viaggia in Porsche, ma un uomo che ha verificato attraverso i fatti i valori nei quali crede, e che perciò sa rendere conto di quello che pensa e dice. Il problema educativo, oggi, passa attraverso la latitanza dell’adulto. Si cercano palliativi: riforma, riformina, controriformina, ecc. Ci sono scuole che si vantano di mantenere il vecchio stampo, e confondono la serietà educativa con la strettezza nei voti. Caricano di compiti i ragazzi, ma se poi vai a sincerarti del contenuto di quei compiti ti vien da metterti le mani nei capelli. Libri di storia e di geografia, ma anche di italiano, che sono manuali di ideologia pura.
Non esiste più l’adulto, ossia chi esercita l’auctoritas, l’autorità, che in latino significa: la capacità di far crescere. Perché non si può far conto sulla curiosità e sulla sensibilità naturali per generare una reazione positiva e costruttiva davanti a un canto di Leopardi o a un’immagine di Caravaggio. C’è un meccanismo che deve essere messo in moto, e questo lo può fare solo la persona dell’educatore (insegnante o genitore che sia), i libri non bastano. E l’educatore - se è una persona e non un numero - sa che, per fare questo lavoro, bisogna dare la vita. E non è che non ce ne siano, ma sono isolati. Il nostro Paese, riforma dopo riforma, dimostra di non avere quasi mai a cuore questo aspetto del problema, che è il più importante. Si fanno aggiustamenti sempre e solo in chiave occupazionale (tre maestre al posto di una ecc.) anziché favorire chi lavora seriamente per allargare il più possibile l’area di lavoro «buono» che esiste, ma che è una specie di eccezione. Favorire come? Ad esempio adeguando gli stipendi degli insegnanti, rendendoli degni dell’importanza di questo lavoro. Se il prof che il ragazzo ha davanti è un povero «sfigato», in che modo la scuola potrà produrre qualcosa di più che una massa di cinici, di delusi e di depressi?
Seconda osservazione. Bisogna riconquistare la normalità. Esiste una maggioranza di giovani che disprezza la scuola, c’è poi una minoranza che prende buoni voti e perciò la ama, mentre manca, se non in rari casi, il tessuto connettivo: gente cioè che vada volentieri a scuola, accettandola di cuore come una parte della propria vita, anche se non ottiene grandi risultati. Mancano persone capaci di amare la scuola come si ama, che so, una zia.
Oggi chi fa così - e qualcuno c’è - viene visto come la più incomprensibile delle anomalie. Gente che, senza avere tutti «10», trova sensato, utile e vantaggioso per sé l’andare a scuola, studiare, conoscere. Sono mosche bianche, che spesso gli stessi insegnanti guardano con sospetto. Il mio amico Aurelio Picca dice sempre che la scuola è innanzitutto un insieme di corpi messi vicini l’uno all’altro, e che da questa vicinanza nascono amori, rivalità e interessi. Questa è l’eternità della scuola, la sua insostituibilità (e chi, periodicamente, propone di abolirla è solo un intellettuale in cerca di pubblicità). Ed è fra questi corpi che si può incontrare, tramite un prof più disponibile o un amico magari un po’ strano, la motivazione per guardare alla matematica o alla geografia con maggior curiosità e aspettativa. La scuola oggi non sa produrre le ragioni di un interesse, però può aiutarle oppure ostacolarle, quando ci sono.
Perciò la raccomandazione che tutti noi dobbiamo rivolgere a chi educa è questa: non importa se questi ragazzi conosceranno perfettamente Foscolo o Fibonacci, Hegel o la fisica quantistica, e non importa nemmeno se gli insegnerete a fare un sacco si soldi: a patto che li aiutiate a mantenere almeno un po’ di quell’apertura alla realtà, di quella curiosità, con la quale essi, anni fa, vennero al mondo.Luca Doninelli