Quella sinistra nostalgica dell’egemonia

L a sinistra appare, ai nostri giorni, come una sorta di girone degli iracondi nel quale si litiga, si usano parole grosse, si lanciano reciproche accuse di eresia. La sinistra estrema usa il termine di demo-fascisti verso gli alleati del Pd, per loro Giuliano Amato è un «ministro di polizia reazionario».
Quanto ad Amato, risponde che l’estremismo può aprire la porta «alla reazione e al fascismo», niente di meno.
Hanno suscitato impressioni penose le dimissioni di Asor Rosa dagli intellettuali di sinistra a seguito della titanica guerra dei lavavetri. E vale una «dimissione» la denuncia di Sabina Guzzanti la quale, con la metà di ministri comunisti e post al governo, dichiara che ormai siamo dominati da un regime «fra il sovietico e il fascista». Lo stesso vale per la scoperta di Cristina Comencini, venti anni dopo, di essere ormai una «comunista pentita».
In realtà le «dimissioni» di Asor Rosa e di altri appaiono ai più come un nonsense. Con quel che succede, e con la guerra civile in casa, una cultura di sinistra alla Asor Rosa ha da tempo cessato di esistere. Almeno dalla scomparsa in Europa del comunismo nel quale tanta parte della nostra intellighenzia si era riconosciuta.
L’egemonia comunista fu a suo tempo purtroppo una cosa seria. Togliatti fu abile in alcune operazioni: nel dopoguerra, per esempio nell’aprire le porte del partito a una parte della cultura fascista, che solo il Pci poteva far uscire dal ghetto. E non si trattava solo dei giovani che avevano scritto qualche articolo sulle rivistine dei Guf. Ma la vera operazione culturale di Togliatti fu l’uso dell’opera di Antonio Gramsci con la tesi dell’«egemonia della classe operaia» e l’esortazione alla «conquista delle casematte della cultura» da parte della classe operaia e del partito. Questa teoria fu in auge almeno fino ai primi anni ’70 e venne confutata solo in èra craxiana da intellettuali socialisti: da Massimo L. Salvadori a Luciano Pellicani, Ernesto Galli della Loggia, Antonio Landolfi che equipararono l’egemonia della classe operaia alla «dittatura del proletariato» di Lenin e di Zdanov.
Ma intanto erano passati decenni. Quando molti giovani della mia generazione si affacciarono alla vita politica, nella intellighenzia comunista primeggiavano i Concetto Marchesi, e i Cantimori, i Muscetta, i Bandinelli. Quell’epoca è finita con il collasso dell’Urss e i «compagni di strada» in epoca post-comunista sono diventati attori, cantautori, gente di spettacolo e di cinema, divi della Tv fra i quali emersero in veste di capi-popolo gli intellettuali organici alla Santoro.
In mezzo, sta un paradosso storico. Il povero Gramsci, quando nel carcere di Turi elaborava le teorie che furono così utili a Togliatti non poteva prevedere che al momento in cui i comunisti avrebbero messo le mani sulle «casematte della cultura», case editrici, giornali, Tv, cinema, università e istituzioni culturali non avrebbero avuto più alcuna cultura, tanto più egemone, da trasmettervi. Perché Gramsci non poteva prevedere, nonostante i dubbi che pure ebbe, il disastro del comunismo. Le «casematte» possono trasmettere di tutto, luoghi comuni sinistroidi, ad esempio, ma nulla che possa somigliare a una cultura egemone, tanto meno in un’epoca segnata dalla crisi delle ideologie, e anzitutto del comunismo.
Alle feste dell’Unità, che sopravvivono anche col Pd, ci sono sempre i politici che parlano, e si ascoltano discorsi che è difficile ricordare appena fuori degli stand ove si confezionano salsicce e salamelle. È a questo punto che la sorte della festa viene affidata al cantautore, e al capo-popolo della Tv. E sono il cantante o il comico che nei «concertoni» del Primo Maggio si sono sostituiti alla presenza didascalica del sindacato. Restano le veltroniane «Notti bianche», esperimenti di una cultura dirigistica, e un po’ sovietica, alla Guzzanti.
a.gismondi@tin.it