Quella spietata caccia ai «vinti»

Pasquale Squitieri

Con la pubblicazione del nuovo atto di dolore di Giampaolo Pansa, i ringraziamenti si moltiplicano, e così pure le vendite. Da qualche tempo il Furet nostrano elenca gli orrori compiuti dai partigiani comunisti («che mai avevano letto Marx», secondo Lucio Colletti) nostrani prima e dopo il 25 aprile ’45, affidandosi al ricordo dei sopravvissuti. Sono, inevitabilmente, delle storie strazianti nascoste nella memoria e nel cuore per sessant’anni. «Destino da vinti», conclude Marina Valensise sul Foglio. Appunto, Il sangue dei vinti. «Vinto», un aggettivo che i vocabolari traducono in «cedere, riconoscere la propria inferiorità» o «chi è stato sopraffatto, superato». Vinto è, dunque; chi abbia perduto qualsiasi identità, come Sconosciuto 1945. Vinto, non «perdente» o «sconfitto» poiché si può essere sconfitti e conservare il proprio onore, la propria dignità. Ottenere l’onore delle armi. La Storia rigurgita di esempi. Ma, il «vinto» non ha altro destino che la schiavitù e la benevolenza o la ferocia del padrone. Il vinto è un premio al vincitore. «Guai ai vinti». Il vinto diventa oggetto. Si può vendere, scambiare, torturare, uccidere. I carnefici diventano i «buoni» e le vittime i «cattivi». E ai cattivi vinti nulla è risparmiato. Cesare Pavese, qualche secolo prima di Pansa, scriveva: «Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue... (Casa in Collina)». Pansa dà una voce a quel sangue che, tuttavia, non è di «vinti», non è di nemici affrontati e uccisi in combattimento. Ma di uomini e donne sequestrati, stuprate, assassinati, macellati, per essere immortalati in una foto-ricordo che documentasse la stagione di caccia dell’«antifascismo» su cui costruire il futuro in una Italia finalmente... sovietica. Il suo lavoro si gemella con quello straordinario di Peter Weiss ne L’Istruttoria.
Che i cacciatori non fossero eroi, ma solo espressioni di bieca ferocia, lo dimostrano le centinaia di rinvii a giudizio per omicidio volontario. Le condanne furono durissime, ma nessuno le scontò. Gli assassini, come Pansa li definisce, e come le sentenze li classifica, tornarono liberi e acclamati. Per molti ci fu un seggio in Parlamento, per tanti, una medaglia d’oro o d’altri metalli. Appartenevano ormai a un potere che si legittimava col «sangue dei vinti». A una cultura che ne faceva i simboli della nascente democrazia (come detta la nostra Costituzione).
Le testimonianze che Pansa trascrive ci gonfiano l’anima di pietà e di odio. Purtroppo, gli stessi sentimenti che affiorano nell’ascoltare i sopravvissuti dai lager nazisti o le lettere dei partigiani (quelli veri) in attesa del plotone d'esecuzione. Ci soccorre Primo Levi che, riferendosi alla violenza delle SS, scrive: «...il termine “aguzzini” è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d'origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi, ma erano educati male. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta dal nazismo». È qui il problema che Pansa, con la raccolta dei terribili ricordi, non risolve.
Si affronta la verità del «chi», del «come», del «quando», ma non quella del «perché?». Perché quelle carneficine furono negate e addirittura esaltate?
Infatti, applicata alla Storia, la responsabilità dei singoli costituisce una mistificazione e intralcia una oggettiva lettura del passato, con tutti i suoi insegnamenti e i suoi messaggi. Dire di Hitler o Stalin che fossero pazzi fanatici, impedisce l’analisi storica del nazismo o del comunismo e del contesto in cui si realizzarono.
Nel ricostruire il passato, sia pure per sentieri dolorosi, non è alle vicende individuali che bisogna guardare, ma al progetto per il quale gli individui si sono schierati.
Il progetto, dietro quelle stragi, era di fare dell’antifascismo il motivo dominante della futura politica di potere. «I fascismi vengono fuori l’uno dall’altro», commenterà Leonardo Sciascia. E come dargli torto dopo l’assassinio di Tobagi, di Bachelet, la disumana esecuzione di Roberto Peci da parte delle Br?
C’era bisogno d’una inimicizia solida e costante.
«Cos'è la politica senza un “nemico”, una inimicizia che non può essere superata?» (Freund, L’essence de la politique). Ed ecco scattare le misure per schiacciare qualsiasi «nemico»: il silenzio (la controparte «non esiste»); il ricatto (se pure esiste, si esprime per «luoghi comuni»); l’accusa di fascismo (se Hitler amava i cani, chi ama gli animali è nazista).
Questo progetto va avanti da sessant’anni e non si è ancora concluso. «Uccidere un fascista non è reato» o «mi piacerebbe un altro piazzale Loreto» (Enzo Jannacci), sono frasi di oggi. Solo ieri, una folla di giovani no-global cantava Bella ciao a un comizio di... Prodi. (Imitare la Resistenza è sempre stato sconsigliato da chi fu un autentico capo partigiano quale è stato Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone»).
Il clima da guerra civile non si è mai spento.
Ecco quello che i libri di Pansa non fanno. Non corrispondono a quella che Francesco Cossiga chiamava «la grande confessione». La confessione degli orrori e gli errori nei progetti di una parte o dell’altra per potersi finalmente stringere la mano e governare insieme il Paese. È il rammarico di un altro ex comunista di grande onestà intellettuale, il senatore Pellegrino (Pellegrino, La guerra civile - da Salò a Berlusconi, ed. Bur). Finché questo non accadrà «ogni caduto somiglierà a chi resta, e gliene chiederà ragione».