Quella stoffa che si accorcia da sempre specchio dei tempi

In fatto di pantaloni, è proprio il caso di dirlo, se ne son viste, nei secoli, di tutti i colori e fogge. Simbolo di virilità e di potere, si dice che la loro invenzione come indumento moderno si debba a Lord Brummel e alla passione per l'equitazione. Quelli dritti a tubo di stufa pare fossero stati inventati proprio verso la metà dell'Ottocento.
Del resto il termine pantalone viene dal personaggio della Commedia dell'arte, chiamato appunto Pantalone, che indossava, contrariamente a quanto si faceva in quei tempi con culotte e polpe, pantaloni lunghi anziché al ginocchio. Poi sono arrivate numerose ma mai traumatiche variazioni sul tema.
La più importante fu quella attribuita a Edoardo VII d'Inghilterra cui si deve, nel 1909, la nascita dei risvolti. Ma saranno le esigenze della vita moderna e le pratiche sportive a incidere profondamente sulla storia di questo caposaldo del guardaroba dell'uomo conquistato dalle femministe come segno di avvenuta emancipazione anche se fino agli anni Sessanta le italiane non ne avrebbero potuto fare uso disinvolto.
La prima donna ad adottare la moda lanciata negli anni Venti da Coco Chanel che ispirandosi alla marina aveva inventato gli yachting pants, fu Edda Mussolini poi contessa Ciano. In generale, però, alle eccentriche che osavano esibire i calzoni e non si chiamavano Marlene Dietrich, Katharine Hepburn, George Sand o Greta Garbo veniva riservata derisione più che remissione.
Verso la metà degli anni Sessanta si parlerà dei bellissimi pantaloni larghi chiamati Pijama Palazzo disegnati da Irene Galitzine e adottati dall'aristocratica gioventù dell'epoca. Ma la vera rivoluzione, per uomini e donne, ci sarà verso il '68, con l'arrivo dei jeans ispirati all'abbigliamento da lavoro e la comparsa, se pur breve, dei terribili pantaloni a zampa d'elefante che per tanti rappresentarono una vera debacle estetica.
Certo non è l'unica sconfitta registrata sul piano dello stile: che dire infatti dei pantaloni a vita bassa che negli anni Novanta, complice l'hip pop, alle donne hanno concesso l'inutile supremazia dell'ombelico a vista e ai ragazzi l'andatura strascicata delle braghe sospese come una scommessa sulle natiche? M
a alle mode, si sa, non si resiste. Tant'è che è stato possibile sopportare l'onda anomala e troppo lunga del pinocchietto, un modello che risale agli anni Cinquanta. Si chiamava Capri e a indossarlo con indimenticata raffinatezza ci avrebbe pensato, nel decennio successivo, Jacqueline Kennedy, icona di stile internazionale, ammirata per le stradine di Capri in pantalone bianco sotto il ginocchio, T-shirt con scollo a barca, foulard annodato sulla nuca, occhialoni e sandali rasoterra.
Nessuno avrebbe immaginato che il pantalone disegnato dalla stilista Sonia de Lennart nel 1948 e poi portato con grazia da Brigitte Bardot e da Uma Thurman, sarebbe diventato, nella versione contemporanea, quanto di più inelegante ci sia in fatto di moda unisex. Tagliato sotto il ginocchio, provvisto talvolta d'inutili coulisse e di troppe tasche, realizzato in tessuti tecnici amati dai surfisti, questo modello è stato proposto da tutti gli stilisti e adottato anche da insospettabili signori sopraffatti dalla vague giovanilistica che dilaga non solo sulle spiagge.
Fra gli eleganti bermuda, gli sportivissimi ciclista, i sovrabbondanti baggy usati da skater e rapper, la figura peggiore la fanno proprio i pinocchietti in versione maschile. E non solo perché accorciano tremendamente la gamba evidenziando il polpaccio ma anche perché conferiscono irrimediabilmente un'aria trucida a coloro che con la scusa della praticità e della moda offrono al prossimo lo spettacolo inverecondo dell'eleganza fatta a pezzi.
Al punto che quando s'incontra un uomo in classici pantaloni di lino, in questo marasma di terribili pinocchietti aggravati da faticose scarpe da jogging con calzini frena sudore, si rischia la sindrome di Standhal.