Quella strada che portò Giorgio Caproni all’amore

Maria Vittoria Cascino

Una strada. Una particolare. Una che la dovevi percorrere per forza se da Genova o dalla Fontanabuona puntavi su Piacenza e limitrofi. Statale 45. Le curve a ridosso dei boschi e i paesi spruzzati nel verde. Torriglia, Montebruno, Rondanina, Propata, Fascia, Rovegno, Fontanigorda, Gorreto. Acquarelli e paesaggi dell'anima scortati dal fiume Trebbia. Ne sa qualcosa Giorgio Caproni, livornese di nascita (1912), che arriva a Genova, «la mia vera città» nel '22 , studia violino, incontra Montale Ungaretti e Sbarbaro e resta marchiato a fuoco da Ossi di Seppia. Nel '35 inizia ad insegnare alle scuole elementari di Rovegno. Parte da qui il passaggio in Val Trebbia. Che si conclude con «Statale 45», una poesia della raccolta Res Amissa, uscita postuma nel '91, (lui muore nel '90). Segui Caproni nella sua parabola evolutiva, nella sua sperimentazione anti-novecentista. Lui che esordisce con «Come un'allegoria» (1936) scritta per la morte della fidanzata Olga Franzoni. Poi l'incontro a Rovegno con Rina Rettagliata, il primo bacio davanti la chiesa di Garbarino e il tempo di «Ballo a Fontanigorda» (1938): «Mentre per la pastura si/ sparge l'amaro aroma/ d'una sera silvana al suon/ dei clarinetti chiari, fra luci/ di colori e risa, s'infatua/ gela la danza d'una montana allegria». Poi «Finzioni» (1941). Le forme semplici e disarmate della canzonetta in versi brevi.
Un po' il Saba della «fresca vita» modulata sulle note dei suoi studi musicali. Quindi la partenza per Roma, la chiamata alle armi e il ritorno in Val Trebbia, dall'otto settembre alla Liberazione, in zona partigiana. I referenti oggettivi non vengono mai meno perché «una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa m'ha sempre messo in sospetto» scriveva il poeta. Punti fermi scalati nell'interpretazione. La maturità arriva con quella Genova in salita, de «Le stanze della funicolare», il fascino per l'ascensore di Castelletto e la funicolare del Righi, mezzi ideali per un viaggio verso l'altrove, dal reale al sogno, dal «basso» degli affetti senza luce all'«alto» dei desideri appaganti. Caproni continua il viaggio (finale) nel «Congedo del viaggiatore cerimonioso» (65) e «Il muro della terra» (75). C'è uno spiraglio di positività che consente un atteggiamento di accettazione del distacco dalla vita. La sterzata però la fa sulla «Statale '45», il paradigma oggettivo per raccontare un altro rovesciamento dell'anima. «È una strada tortuosa. / Erta/
Tipica di queste nostre/ zone montane. Dovunque,/ segnali d'allerta./ Fondo dissestato ./ Frane./ Caduta massi./ Il motore/ s'inceppa./ La ruota/ slitta sull'erba che vena/ l'asfalto./ La mente è tesa./ Non basta./ La guida più accorta». Un viaggio lungo la familiare strada che taglia la Val Trebbia, la concretissima Statale 45 che diventa anche altro, in linea con quanto accade nell'ultimo e grande Caproni. Come quando in «Lasciando Loco», il paese di Loco di Rovegno è sì il luogo del reale spopolamento conseguente all'inurbamento della popolazione montana, ma è anche il luogo metafisico dell'assenza di Dio: «qui dove perfino Dio / se n'è andato di chiesa». Il significato «altro» della statale è suggerito dall'ansia che pervade il poeta. Caproni non sta simulando il suo congedo, ma lo sta vivendo. Lui che ha dialogato con la morte ora la avverte come enigma e la vede stampata nelle linee antiidilliche di un paesaggio che credeva solidale per la lunga frequentazione. Caproni la sceglie per il suo addio. Una valle dove ha poggiato l'orecchio e ficcato gli occhi, dove sotto il castagno secolare ha composto «Ricordo» per Rina. Dove passeggiava e ritrovava i suoi amici nell'orto. Poi i percorsi per restare solo, da Loco di Sotto verso Casone, per il bosco della legnaia sulla Costa della Surìa. Un sentiero incavato e petroso, la terra di nessuno del «Franco cacciatore», una scarnificazione stilistica del viaggio verso gli ultimi termini dell'esistenza e della sofferenza psichica, dove difficile è stabilire chi sia il cacciatore e chi il cacciato: «Così si forma un cerchio/ dove l'inseguito insegue il suo inseguitore». Torna sulla statale con un'automobile col motore che s'inceppa: «La ripa/ si fa sempre più infida./ Più subdola/ più d'una volta/ la presunta meta/ si rivela un'insidia». Diciotto versi graffiati, frazionati, acuminati, scaleni nella disposizione sulla pagina. Su quella strada e in quella valle. Mai in altro luogo.