Quella strana caccia al tesoro di Ciancimino

Lino Jannuzzi

L’arresto del figlio di Vito Ciancimino con l’accusa di riciclaggio di danaro e di beni illegali ereditati dal padre segue di qualche mese la conclusione del processo per favoreggiamento alla mafia al generale Mario Mori e al capitano Sergio De Caprio, autori dell’arresto di Totò Riina, e il deposito delle motivazioni per cui i due ufficiali dei carabinieri sono stati assolti con formula piena. Tra l’arresto e il processo non c’è nessuna diretta relazione, ma c’è una singolare coincidenza tra l’autodifesa di Massimo Ciancimino e le accuse rivolte a Mori e a De Caprio. Fin dal primo momento in cui sono cominciate a circolare le voci che gli inquirenti davano la caccia al «tesoro» del padre e di una possibile sua incriminazione per riciclaggio Massimo Ciancimino è andato in giro per giornali e per televisioni chiedendo perché non avevano chiesto conto dei piccioli evidentemente guadagnati con la mafia direttamente a don Vito, che era stato dieci anni in galera, e poi al soggiorno obbligato e poi nella sua bella casa di piazza di Spagna a Roma, e avevano aspettato la morte del padre per incriminare il figlio: «Non mi hanno dato nemmeno il tempo di seppellirlo - aveva dichiarato ai giornali e in tv - che avevo già l’avviso di reato in tasca».
E si era dato questa risposta: «Tutti ora cercano il tesoro di Ciancimino, ma non credo sia il danaro, è piuttosto quel patrimonio di segreti che mio padre ha nascosto da qualche parte e che finora nessuno aveva voglia di scoprire, magari per riconoscenza verso chi, a modo suo, aveva contribuito a porre fine alle stragi mafiose». E alludeva con tutta evidenza a quella che era stata l’accusa che ha perseguitato il generale Mori e il capitano De Caprio dal giorno dell’arresto di Totò Riina fino al processo celebrato dodici anni dopo: che per catturare Riina avevano trattato con la mafia proprio tramite Vito Ciancimino, e che era stato in virtù di questa trattativa che in cambio avevano lasciato incustodito il covo del corleonese per consentire ai mafiosi di far sparire i documenti in esso custoditi. E per anni non è stato chiesto conto a Vito Ciancimino del suo tesoro per timore che egli rivelasse i segreti della trattativa di cui era stato tramite. Paradossale tramite. Paradossale coincidenza, per difendersi il figlio di Ciancimino usava gli stessi argomenti e sosteneva la stessa tesi degli inquirenti della procura di Palermo.
Ma è proprio questa tesi della «trattativa» tra lo Stato e la mafia che è stata nettamente e definitivamente sotterrata nel processo a Mori e De Caprio: «Il Collegio ritiene - così concludono le motivazioni della sentenza di assoluzione di Mori e De Caprio - di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate “ragioni di Stato”, ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento. Tali “ragioni di Stato” non potrebbero che consistere nella “trattativa” intrapresa da Mori, con la consapevolezza acquisita successivamente da De Caprio, e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante, verrebbe proprio a integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna del Riina... La mancanza di prove sull’esistenza di questi “motivi di Stato” che avrebbero spinto gli imputati ad agire, e anzi la dimostrazione in punto di fatto della loro inesistenza e incongruenza sul piano logico, non consente di ritenere integrato il dolo della fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma. Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, l’ipotesi accusatoria è risultata indimostrata... ed entrambi gli imputati devono essere mandati assolti».
In realtà, all’indomani delle stragi Mori e i suoi uomini avevano preso contatto con Vito Ciancimino, e proprio tramite suo figlio Massimo, per convincerlo a collaborare e Ciancimino, dopo un’iniziale resistenza, si era fatto consegnare dai carabinieri le mappe di alcune zone di Palermo, facendo intendere che avrebbe potuto indicare, dopo una sua prudente ricerca, dov’era il covo di Riina, ma non aveva avuto il tempo di farlo perché era stato riarrestato e i contatti si erano interrotti. Sicché «la consegna del boss corleonese - recitano sempre le motivazioni della sentenza di assoluzione - nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia, è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti al presente giudizio. L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che Riina non fu consegnato dai suoi sodali,ma fu localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del capitano De Caprio».
Vito Ciancimino, dunque, non aveva nessun segreto da rivelare,almeno per quanto concerne la presunta «trattativa», e se per tanti anni gli inquirenti non gli hanno chiesto conto del suo «tesoro» e hanno aspettato la sua morte per incriminare di riciclaggio il figlio, la ragione deve essere un’altra. Forse la sapremo al processo, se e quando il processo al figlio sarà fatto.