Quella strana confusione sui liberali

Egidio Sterpa

Voglio ringraziare Giuliano Zincone, che in una breve e significante lettera sul Foglio di sabato scorso segnala quel che ha scritto su Repubblica Adriano Sofri, sfuggitomi perché a letto con una brutta influenza. Sofri, dunque, scrive: «Uno sente che i liberali perbene, come Zanone, sono entrati nei Ds e un po’ si stupisce, un po’ si congratula, come un aneddoto natalizio...». Commenta icasticamente Zincone: «Io, liberale (ex?) zanoniano, ritenevo che tra le due (post) culture sussistesse una qualche differenza. Sbagliavo o non ero abbastanza perbene?».
Ma no, caro Zincone, qui il perbenismo non c’entra affatto, e poi non è certo Sofri che può stabilirlo. Tra l’altro, detto a baneficio di Zanone, che stimo umanamente nonostante le tante cose che in politica da quasi trent’anni ci hanno diviso, non credo che l’ex segretario del Pli si senta davvero assorbito dai Ds. Semmai, egli sta semplicemente sbagliando prospettiva e non da oggi purtroppo, col risultato visibile a tutti: la scomparsa del Pli.
Il fatto è che nella politica italiana regna grande confusione e ancora più grande ce n’è in materia di liberalismo. È il relativismo politico a determinare il marasma. Relativismo, cioè non ci sono più né confini né certezze, tutto è impiastricciato, sia a destra che a sinistra. A dividere c’è appena il nominalismo, che serve a negare alla realtà politica il valore vero e a darle invece il significato utile a interessi di parte in una particolare contingenza.
Così la realtà politica italiana è precipitata nella confusione e nella intercambiabilità. È da qui, appunto, che il concetto di liberalismo ha perduto il suo significato politico, storico e culturale. Da qui l’abuso della parola liberale, finita in un mare di contraddizioni, usata come alibi e a copertura di fallimenti nei vari settori della politica, principalmente a sinistra, dove il crollo dell’Urss e quindi la crisi del marxismo hanno portato a ricercare strumentalmente un progressismo liberal (strumentale anche l’adozione dell’espressione anglosassone) con la rinuncia, per naufragio sociale indubbio, alla lotta di classe (almeno da parte della migliore intelligenza dell’ex Pci diventato Ds), col ricorso a influenze illuministe e radicali fino, come si è visto ultimamente, a stabilire relazioni interessate con settori della borghesia finanziaria e a cercarne persino col mondo ecclesiastico.
Ecco dove sta la confusione, in che consiste il relativismo politico. Dove sono, a questo punto, i liberali, dove il concetto originale di liberalismo? Domande che indubbiamente hanno bisogno di una indagine storica, come ha tentato di fare, per esempio, l’amico Salvatore Carrubba, giorni fa sul Sole 24 Ore, prendendo a pretesto la scomparsa di Milton Friedman, l’economista premio Nobel della scuola di Chicago. È una testimonianza preziosa, questa di Carrubba, che alla cultura economica italiana addebita antica pigrizia.
Solo una sparuta setta facente capo a Sergio Ricossa - scrive Carrubba - studiava e faceva conoscere le idee di Einaudi. E la colpa, dice, non è dell’abusata egemonia della sinistra: «Anche chi apparteneva a parrocchie ideali diverse, anche chi non era comunista ma laico, democratico, addirittura liberale, quando andava a studiare all’estero, si abbeverava alla fonte keynesiana e dei suoi epigoni (versione Sraffa, per esempio) e non sentiva la minima curiosità di conoscere quello che stava succedendo negli Usa: una autentica e silenziosa rivoluzione intellettuale, una delle più poderose del Novecento... Chi coltivava e leggeva Popper? E Hayek? O Buchanan?... Il risultato di questa pigrizia intellettuale, condita da una robusta dose di conformismo, è stato che l’Italia e gran parte dell’Europa sono uscite dalle grandi correnti intellettuali degli anni Settanta e Ottanta che hanno rinnovato il mondo».
C’è da aggiungere altro per sottolineare il declino del liberalismo italiano, per individuarne le responsabilità? Lo spazio di questo intervento non ci permette ulteriori riflessioni, ma ci ripromettiamo di tornarci. Per finire, va segnalata doverosamente una notazione di Piero Ostellino in un editoriale del Corriere di venerdì scorso. Dice Ostellino che nel centrodestra «si è spenta quella ch’era stata una modesta fiammata di cultura liberale». Giudizio ingeneroso, però, caro Piero. La fiammata c’è stata e tutt’altro che modesta, come s’è visto nel 2001. Che sia spenta per sempre è da vedere. Intanto, però, a sinistra che c’è?