Quella strana passione dei «maestri» per gli scrittori del Sud

Ora che il gesto idiota del sindaco di Capo d’Orlando, accanito per propaganda contro Garibaldi, mi ha costretto non solo a restaurare la lapide a Garibaldi di Palazzo Torrealta a Salemi, ma anche a rivalutare l’Inno di Mameli, finemente avversato da Bossi con una performance di interpretazione critica sotto l’apparenza di un gesto giudicato volgare (ma quanto espressivo!), l’occasione del premio «Tomasi di Lampedusa» a Santa Margherita di Belice assegnato allo scrittore Edoardo Sanguineti, noto comunista del Nord e avversario giurato di Tomasi, mi fa riflettere sulla passione degli insegnanti per gli scrittori meridionali, argomento caro a Bossi, e su cui è tornato anche ieri.
La contestazione dell’inno di Mameli era inevitabile, dal momento che esso chiede una cosa («raccoltaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fondersi insieme/ già l’ora suonò»), di cui la Lega vuole il contrario. Per coerenza, i disappunti sono inevitabili. Oggi l’impresa di interpretare il pensiero critico di Bossi sulla scuola appare più difficile, perché le sue affermazioni sembrano viziate da un interesse personale. Il «ragazzo bastonato agli esami perché aveva presentato una tesina su Carlo Cattaneo» è suo figlio. Traspare una inclinazione affettiva nel riferimento diretto, che non vale solo per il Nord, ma per qualcosa di più intimo e privato. E comunque esemplare. Bossi dice: «un nostro ragazzo». E ancora: «basta con le scuole in mano agli stranieri»; «non possiamo lasciar massacrare i nostri figli da gente che non conosce la nostra storia».
Ma questo interesse personale ci consente di dire subito che, per lo meno, Bossi ha le “sue” ragioni. E restiamo a quelle. Conosco Renzo Bossi, maltrattato dai giornali perché bocciato al Liceo scientifico Bentivoglio di Tradate, dopo essere stato bocciato, l’anno scorso, a Varese. Il precedente non favorisce un giudizio positivo. E sospinge verso le «ragioni» degli insegnanti. I quali, però, meridionali o no, saranno certamente più severi e puntigliosi perché Renzo si chiama Bossi. Ma il padre, che conosce bene il figlio, dopo essere stato buono una volta confidando nel buonsenso dei docenti, la seconda volta non ci sta. Infatti, a sua come a mia scienza, Renzo è un bravo ragazzo, semplice, non aiutato ma dominato dal padre, non manifesta vizi, gli piacciono le ragazze, non si droga, non partecipa a rave party, neanche in Padania. Forse anche per questo è anomalo rispetto a molti suoi compagni. Io, presidente di Commissione di Maturità come sono stato, non lo avrei bocciato, né la prima né la seconda volta. Eppure apprezzo Pirandello, Sciascia, e anche Croce e Tomasi di Lampedusa, meridionali raccomandabili, e certamente curiosi, loro sì, di Carlo Cattaneo. Sul Corriere Matteo Collura ha spiegato bene due cose, indifferenti al cuore di un padre: «che se non ci fossero gli insegnanti meridionali, in Italia non ci sarebbe una pubblica istruzione; e che, Pirandello, non che in Italia, con i Sei personaggi in cerca d’autore segnò un “prima” e un “dopo” nel teatro mondiale». Bossi, citando Pirandello e Sciascia, non intendeva negarne una portata nazionale e sopranazionale, ma indicare un vizio di origine, un automatismo, nel celebrare alcuni autori ignorandone altri, indipendentemente dalla grandezza. In realtà, evocando il nome di Cattaneo, tentava di restituire la tesina del figlio a un dibattito attuale sul federalismo, probabilmente malgradito o respinto anche da insegnanti non meridionali. Quanti ne ho conosciuti! Per loro la bocciatura poteva assumere il significato anche di un avviso al padre. E dunque meglio un figlio tormentato, pirandelliano, in cerca d’autore, o un ragazzo semplice e desideroso di approfondirne il pensiero attraverso lo studio di un grande pensatore come Cattaneo? Ecco: con piena maturità Renzo Bossi ha voluto dimostrare di non ribellarsi al padre e di interpretare uno spirito patriottico coerente con la visione del padre.
E non è giusto che si indigni un padre che vede bocciato il figlio perché è rispettoso delle sue idee, serio e senza ansie di affrancamento dal padre? Non si potrà compiacere che un figlio non viva di contrasti di personaggi pirandelliani e la disillusione di Sciascia? Renzo Bossi è un ragazzo semplice, e suo padre sa intimamente che questo si deve anche a una madre siciliana. La verità è che non meritava di essere bocciato solo perché suo padre si chiama Bossi.