Quella strana voglia di portarsi a casa Azouz

Io contro Azouz Marzouk non ho nulla. Odio chi ha massacrato a Erba la sua famiglia e immagino quanto possa essere grande il dolore e la rabbia. Ho grande pietà e pena per lui. Punto. Ciò non toglie che a casa mia, con mia moglie e i miei figli non lo vorrei. E non certo perché arriva dalla Tunisia. Non ce lo vorrei perché prima di quel dramma aveva avuto problemi con la giustizia per colpa della droga e, dopo quell’orribile mattanza, è finito nuovamente in galera ancora a causa della cocaina. Una lunga fila di intercettazioni telefoniche lo incastra lasciando pochissimo spazio ai dubbi. È uno spacciatore, genere di delinquente abbastanza odioso.
Ma non basta. Il disgraziato (nel senso che ha subito una disgrazia) nei mesi che sono passati da quell’angosciante delitto ha provato a spacciare pure se stesso e la propria faccia nello squallido mondo che ruota intorno - e talvolta anche dentro - allo spettacolo e alle riviste di gossip. Soldi facili (addirittura per prestazioni sessuali, ha confessato lui), notorietà, perfino celebrità. In cambio, ha messo in vendita il proprio dolore, il ricordo della moglie assassinata e del bimbo sgozzato, addirittura le loro bare vendendo l’esclusiva fotografica del funerale.
Come si fa, dunque, a non pensare male della «buona azione» di centocinquanta famiglie italiane che hanno dato vita a una specie di assurda gara per ospitare Azouz nelle proprie case così da permettergli di richiedere gli arresti domiciliari e uscire dalla prigione? Non sarà giusto, ma è più che comprensibile sospettare siano davvero serie e disinteressate le intenzioni della famiglia alla periferia di Lecco che avrebbe vinto la competizione per portarsi a casa il tunisino accusato ancora una volta di spaccio di droga? Dicono trattarsi di ottima famiglia e rispettosa del vivere sociale, gente «al di sopra di ogni sospetto» come ha tenuto a precisare l’avvocato di Marzouk. Sarà, ma perché?
La spiegazione fornita dai «vincitori del trofeo» non aiuta certo a capire. «Noi in famiglia discutiamo su tutto e Azouz potrebbe integrarsi con le nostre abitudini e stili di vita arricchendo in qualche modo il dibattito sull’integrazione sociale» è la motivazione di questa coppia con due figli, una ragazza che lavora e un giovane studente. Belle parole, politicamente corrette dell’anonima famigliola.
Ma anonima per quanto? Se il giudice concederà a loro Azouz, se l’immaginano l’assalto del solito circo mediatico - Corona in testa - alla loro casa? Se l’immaginano oppure se l’aspettano?