Quella del tanto peggio tanto meglio? È una pessima politica

Caro Granzotto, mi dica la verità, lei è preoccupato? Non è che qui va tutto a catafascio?
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Sembra sia così, caro Giannelli. Spira un’aria di smobilitazione, si percepisce quella voglia matta del tanto peggio tanto meglio, quel clima sordido da fratelli coltelli. Stiamo scivolando in un contesto istituzionale che conferma, per altro verso, l’opinione della buonanima, secondo il quale non è difficile governare gli italiani, è inutile. E non perché gli italiani siano ingovernabili, che è quello che pensava la buonanima, ma perché si ritiene che sia una incombenza non necessaria, o comunque l’ultimo dei problemi della politica. Peggio: non solo si giudica irrilevante il governare, ma si mettono in atto tutte le risorse per paralizzare e vanificare l’attività di chi, invece, intende farlo. È il caso del governo Berlusconi: l’opposizione non si limita al democratico e necessario ruolo di critica e stimolo al potere esecutivo, ma mette in atto ogni risorsa - politica, mediatica e giudiziaria - per delegittimarlo e per impedirgli, servendosi anche di occasionali cabezas de turco - una volta detti più propriamente “utili idioti”, come potrebbero essere oggi i farefuturisti -per ostacolarne l’attività.
Insomma, stiamo assistendo a uno spettacolino niente male. Una sola cosa è certa: la politica è andata in vacanza, lasciando posto agli interessi di bottega, alle ambizioni personali, alle picche e alle ripicche, alla costituzione di minuscoli sangiaccati impotenti ai fini pratici eppure redditizi in scampoli, frattaglie di potere e dunque di clientes. Il tutto fa un po’ schifo, è vero. E fa rimpiangere - veda lei come siamo ridotti - la prima Repubblica.
A quei tempi, nelle situazioni di stallo si varava un governicchio balneare senza tante pretese, buono per l’ordinaria amministrazione. Oggi quei marrazzoni dell’opposizione in compagnia delle truppe cammellate dei casiniani e dei finiani - politicamente delle pulci, non nel senso proprio, ovviamente, ma in quello figurato - invocano un governo di salute pubblica o tecnico o del Presidente o di unità nazionale, un governone in alta uniforme, coi pennacchi, le gale e le greche che faccia le riforme. Le riforme. La parolina magica con la quale i politici di mezza tacca pensano di far fessa l’opinione pubblica. Insieme a “futuro”: un futuro migliore, ci hanno rubato il futuro, il futuro dei nostri figli e nipoti, costruire il futuro, preparare (neanche fosse un soufflé) il futuro, fare futuro.. E il presente? E governare? Mi dica lei, caro Giannelli se dalla bocca di Bersani o di D’Alema o di Veltroni, dalla boccuccia di rosa di Rosy Bindi o di Enrico Letta, da quella di Di Pietro o di Gianfranco Fini per non parlare di Italo Bocchino, è mai uscita una proposta, un programma, un progetto per governare il Paese. L’unica cosa che sanno dire è: Berlusconi se ne deve andare. E poi? Mi viene in mente Pajetta. Nel corso di quella che fu chiamata «la guerra di Trojlo», Prefetto di Milano esautorato dal ministro dell’Interno Mario Scelba, alla testa di una brigata di ex partigiani il “Ragazzo rosso” irruppe, si era nel 1947, nella Prefettura da dove telefonò subito a Togliatti per comunicargli d’aver occupato l’edificio. Gelido, il Migliore gli rispose: «Bravi, e cosa intendete farne?».