Quella targa che rompe il silenzio

Scoperta in viale Lombardia la lapide a ricordo di Enrico Pedenovi ucciso da «Prima linea»

Giannino della Frattina

Sergio Ramelli era morto giusto da un anno. Sprangato sotto casa dal commando comunista di Avanguardia operaia e spirato dopo giorni e giorni di coma senza speranza. Era un ragazzino del Fronte della gioventù e di quei tempi era impossibile trovare un prete che recitasse una messa in suo ricordo. Incredibile, eppure non c’era niente da fare. Gente come Ignazio La Russa o Enrico Pedenovi si arrabbiavano, ma sapevano che era così. I morti non erano tutti uguali. E così, per scherzare, quella sera nella federazione del Msi, La Russa disse a Pedenovi «tu ti vesti da prete e io da chierichetto, entriamo in una chiesa e diciamo messa per Sergio, chi vuoi che se ne accorga?». Uno scherzo. L’avvocato Pedenovi la sera a casa lo raccontò alla moglie Ida. «Fu l’ultima volta che ridemmo insieme», ha raccontato ieri tra qualche lacrima in viale Lombardia di fronte alla lapide che dopo trent’anni ricorda la morte di quel «missino tranquillo». Uscito di casa dopo aver salutato le figlie Giovanna e la piccola Beatrice è trucidato dalle pallottole di Prima linea. Il numero uno nella lunga lista di una formazione che per sanguinarietà alla fine degli anni di piombo sarà seconda soltanto alle Brigate rosse. Avvocato, consigliere provinciale missino, amava i libri e la pittura. Ex combattente della X Mas, alle teste calde ripeteva sempre «lascia perdere, io lo so cos’è la guerra». «Hanno scelto il bersaglio più facile», titolava il Corriere della sera il giorno dopo.(...)