Quella task force di pentiti contro l’ex superpoliziotto

Nel procedimento durato 14 anni e 267 udienze, la procura di Palermo ha utilizzato 62 testimoni. Tutte le volte che i «collaboranti», smentiti, hanno ritrattato

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo

Nel processo-Contrada i numeri parlano più delle parole snocciolate da quei pentiti che hanno fatto a gara ad accusare il loro più grande accusatore. Numeri che vanno letti con attenzione specie se raffrontati al primo maxi-processo alla mafia con 464 imputati e centinaia di imputazioni, iniziato il 10 febbraio 1986 e concluso quasi due anni dopo. Qui di imputato ce n'è uno solo, e una sola è l'imputazione ma il processo è in piedi dal 24 dicembre 1992 con un'indecente carcerazione preventiva mai riservata ad alcuno dei boss più sanguinari di Cosa Nostra: 31 mesi e 8 giorni. Numeri che parlano da soli: 300mila pagine di atti giudiziari e 15mila di verbali di dibattimento, solo in primo grado. Duecentosessantasette udienze in tutto, compresa quella di ieri. I testimoni d'accusa sono stati 62, quelli della difesa 149. L'imputato è stato interrogato in 14 occasioni, sottoposto a quattro confronti, per 31 volte si è alzato a rendere dichiarazioni spontanee, l'ultima, drammatica, l'altro ieri. Dei pentiti si è perso il conto. Prima uno, poi due, tre, quattro, cinque. Poi sette. Tutta gente che lo «sbirro alla sbarra» aveva perseguito duramente. All'ottavo collaborante che s'è materializzato in aula, Contrada s'è sentito male ma non ha mollato. In appello è tornato quello di un tempo. E se n'è infischiato di altri sei nuovi pentiti perché intanto il processo andava sgretolandosi con le stesse dichiarazioni dei collaboranti, improbabili quanto indimostrabili. Si smentivano a vicenda, venivano denunciati perché sorpresi a raccordarsi fra loro, altri ritrattavano. «Colpendo me volevano colpire i Servizi» ha detto al Giornale l'imputato eccellente. Volevano colpirli per smantellare il «terzo livello», a cui non credeva Falcone.
Volevano arrivarci colpendo Andreotti a Palermo (attraverso Contrada) e a Perugia (con i vice di Contrada al Sisde, Fabbri e Paoletti, anche loro risultati innocenti). Ci hanno provato con i carabinieri Mori e Ultimo, e gli è andata male. Ci hanno provato col maresciallo Lombardo, che ha preferito suicidarsi. Ci son riusciti con Ignazio D'Antone, braccio destro di Contrada, condannato per questo. Ci riprovano adesso, indagando il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli per la scomparsa dell'agenda di Borsellino. Sbirri, carabinieri, spioni. Tutti deviati? Se non tutti, parecchi. E non è un caso che si continua a tener conto più dei mafiosi vivi che accusano Contrada facendo parlare mafiosi morti, piuttosto che degli uomini onesti in divisa che giurano sull'onestà del superpoliziotto. Ha dunque ragione Contrada quando in aula confessa: «Mi sono riletto le carte del processo e ancora non capisco cosa mi si contesti, a un certo punto credevo si parlasse di un'altra persona. Di fronte a certe accuse indimostrabili è impossibile difendersi». In quattordici anni nel processo c'è finito di tutto: rapporti contestuali con la mafia perdente e quella vincente, massoneria e servizi deviati, soffiate per far fuggire Totò Riina, rapporti con i cugini Salvo, pranzi col Padrino Riccobono, cortesie a John Gambino, un coinvolgimento nel finto sequestro Sindona, le diffidenze postume da parte di colleghi uccisi dalla mafia, addirittura una medium collegata con lo spirito di Falcone preoccupato che Contrada ammazzasse Borsellino.
Lo accusano persino di esser tornato sul luogo del delitto immediatamente dopo la bomba in via d'Amelio quando il poveretto, in realtà, ha dimostrato che quel giorno, a quell'ora, era in alto mare su una barca con undici persone. Tanti sfondoni, uno a caso: la valutazione di un'anfora misteriosa rivelata dal pentito Pietro Scavuzzo, noto per aver parlato delle tecniche di Contrada nell'effettuare perquisizioni con l'ausilio di carrarmati. Racconta che quest'anfora venne valutata a Palermo da un archeologo di cui non conosce il nome (e che mai si scoprirà) presentatogli da un tal Ludwig rimasto ignoto.
Il tutto, dice, si svolse in un appartamento con telecamere esterne che Scavuzzo non sa però identificare. «Mi sembra in via Roma», guarda caso la via dove il Sisde aveva il suo centro. All'expertise dell'anfora (mai trovata) sarebbero stati presenti Scavuzzo, Contrada, una donna mai identificata, l'archeologo senza nome, un mafioso di Trapani la cui moglie aveva denunciato la scomparsa, e un altro mafioso latitante, l'unico rintracciato, che al processo smentirà Scavuzzo ma non verrà preso in considerazione essendo imputato di reato connesso. Quando s'è trattato di riconoscere l'appartamento «coperto» il collaborante è andato a botta sicura, fallendo miseramente bersaglio: lui, o chi per lui, non sapeva che nell'anno della fantomatica perizia la base degli 007 era da tutt'altra parte. Questo è il processo Contrada.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it