Quella telefonata che tanto imbarazza il Pd adesso viene utilizzata per attaccare il Cavaliere

La famosa intercettazione Fassino-Consorte: "Abbiamo una banca?" per i
pm di Milano fu donata al premier, che la passò al &quot;Giornale&quot;. Ghedini: &quot;Ipotesi prive di fondamento&quot;. La difesa: <strong><a href="/interni/la_difesa_mai_consegnato_alcun_nastro/25-03-2010/articolo-id=432222-page=0-comments=1">&quot;Mai consegnato alcun nastro&quot;
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È un’intercettazione che ha fatto epoca. E ha messo in grande imbarazzo i Ds. «Allora abbiamo una banca?», chiedeva trepidante il segretario del partito Piero Fassino al signore della finanza rossa Giovanni Consorte. Correva l’estate del 2005 e quella conversazione, atterrata di lì a qualche mese sulla prima pagina del Giornale, svelò all’opinione pubblica la ragnatela di affari, interessi e rapporti privilegiati che legavano l’ex Partito comunista, l’Unipol e i furbetti del quartierino. Sono passati quasi cinque anni, ma quel colpo non è stato ancora metabolizzato dai Fassino, dai Bersani e dai big dei Ds, oggi confluiti nel Pd. Quella ferita brucia ancora, di più perché artefice dello scoop fu il Giornale della famiglia Berlusconi.

Sembra incredibile, ma a distanza di tanto tempo, si scava ancora. La procura di Milano, dai cui uffici sono filtrate per quindici anni più notizie che dagli studi Rai, non molla l’osso e dopo un lunghissimo lavoro investigativo ha messo sotto inchiesta un gruppetto di persone. Insomma, per una volta i pm della procura colabrodo sono convinti di essere sulla strada giusta che porta alla talpa. Ma, dettaglio ancor più sorprendente, la pista porta ad Arcore. Sì, i pm hanno utilizzato pure questa registrazione, pubblicata dal Giornale quando non era stata ancora trascritta ed era coperta dal segreto istruttorio, per puntare il dito contro Silvio Berlusconi e famiglia.

In sostanza, l’ipotesi accusatoria è che il nastro sia stato portato in regalo ad Arcore dai manager della Rcs, Research Control System, l’azienda che per conto della procura captava le conversazioni di Consorte e seguiva in tempo reale la scalata, poi fallita, dell’Unipol alla Bnl. I novelli re magi sarebbero arrivati a casa del Cavaliere alla vigilia di Natale e avrebbero mostrato al Cavaliere il prezioso dono, più pregiato dell’oro, dell’incenso e della mirra, reso pubblico dal Giornale sette giorni dopo. Il meeting sarebbe avvenuto di prima mattina e Silvio Berlusconi, ancora assonnato, sarebbe stato definitivamente svegliato, come ha ricostruito ieri il quotidiano la Repubblica, dall’ascolto del testo-bomba, tanto che alla fine, estasiato, avrebbe detto all’amministratore dell’azienda Roberto Raffaelli: «La famiglia ve ne sarà grata per l’eternità». Il tutto alla presenza del fratello Paolo, editore del Giornale.

Così, letto con compiacimento il pezzo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, Fassino e Bersani partono in quinta. «Adesso - afferma il pallido ex segretario dei Ds - risulta evidente a tutti che la pubblicazione da parte de il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, della mia telefonata con Consorte è stato lo strumento di un vero e proprio agguato, di cui sarebbe stato del tutto a conoscenza il presidente del Consiglio». Non basta. «Oggi - conclude Fassino - chiedo a Berlusconi: se i fatti fossero confermati, esiste un altro Paese democratico al mondo in cui il capo del governo riceva nella sua residenza privata persone incaricate di delicate attività per conto dello Stato? E da loro abbia informazioni, riservate alla sola autorità giudiziaria, che pochi giorni dopo vengono pubblicate illegalmente dal quotidiano di proprietà dello stesso capo del governo?»

Il rossore per quelle parole incaute, le polemiche, i distinguo sulla questione morale, è tutto archiviato. Così come l’altrettanto celebre frase di Massimo D’Alema, sempre a Consorte: «Vai, facci sognare». Ora, secondo il gruppo dirigente del Pd è il Cavaliere, non loro, a dover dare spiegazioni. «Il rapporto col telefono del presidente del Consiglio - rincara la dose Pierluigi Bersani, segretario del Pd - è problematico, visto che lo usa come un telecomando. Evidentemente gli dispiacciono le intercettazioni legali», quelle, per intenderci, della procura di Trani, «mentre non dispiacciono quelle illegali. Se fossimo in un Paese normale questa vicenda avrebbe un rilievo enorme».
Per Bersani, e per Fassino, quel che conta non è quello che fu detto, ma il seguito, il presunto, solito complotto. Una storia torbida che l’avvocato Niccolò Ghedini, legale del premier, rispedisce al mittente: «Le notizie apparse su Repubblica sono destituite di ogni fondamento e l’unica cosa certa è soltanto la telefonata intercorsa fra Consorte e Fassino».

La procura però non si ferma e anzi raddoppia: in coda a questa storia ha iscritto nel registro degli indagati Paolo Berlusconi. Il fratello del Cavaliere, secondo gli inquirenti, avrebbe millantato con Raffaelli inesistenti rapporti col governo romeno e incassato in cambio 570 mila euro.