Quella teoria del complotto puzza di Prima Repubblica

Alessandro Corneli

Una medesima febbre, anche se con diverso grado di temperatura, provoca brividi nel centrodestra, sotto forma di discussione sulla leadership di Silvio Berlusconi, ma soprattutto nel centrosinistra dove è esplosa la polemica sul complottismo ai danni di Romano Prodi. A parte i motivi occasionali - a sinistra non si può fare a meno di riflettere sulla caduta verticale di consensi sul premier e sulla politica del suo governo; a destra qualcuno crede ad elezioni imminenti - questa fibrillazione trasversale ha una spiegazione molto semplice: nella mente dei politici c’è ben vivo il ricordo della Prima Repubblica con i suoi governi che duravano in media un anno e consentivano a chiunque emergesse un po’ dalla palude di arrivare a Palazzo Chigi, o alla testa di un ministero o di ricoprire almeno la carica di sottosegretario con delega. Bisognava essere perseguitato dalla sfortuna per non entrare nella griglia del manuale Cencelli. Per una classe politica formata in larga misura di parvenu, raggiungere uno di questi apici del cursus honorum era un traguardo possibile.
Dal 1992, le cose sono cambiate perché di politici tradizionali, con una carriera di partito alle spalle, solo uno, Massimo D’Alema, e per poco più di un anno e mezzo, è arrivato a guidare il governo. Gli altri che in questo lungo (in termini di orologio politico) periodo di tempo sono arrivati ad occupare questo vertice sono dei tecnici più o meno politicizzati (Amato due volte, Ciampi, Dini, Prodi due volte) e un «prestato alla politica», Berlusconi. Se si aggiunge a ciò l’allungamento medio della vita dei governi, passato da uno a due anni, si comprende come il meccanismo bipolare, anche se imperfetto, consentendo una maggiore, anche se non assoluta, stabilità dei governi, sia visto come una barriera al comprensibile carrierismo dei politici.
Il centrosinistra, vincitore delle elezioni del 1996, non resse alla prova della stabilità e dopo due anni e mezzo abbatté Prodi. Adesso si trova nella stessa situazione: la prospettiva che egli resti cinque anni a Palazzo Chigi, indipendentemente dai risultati, blocca le carriere e le ambizioni. D’Alema, Veltroni, Rutelli, per limitarci ai soliti noti, sono costretti a fare surplace. D’Alema, in questo caso, potrebbe puntare a succedere a Napolitano nel 2013, a 62 anni, ma considerata l’età media dei successori di Cossiga, Amato si troverebbe nella posizione ideale per riuscire al suo terzo tentativo: prospettiva che non rende tranquillo il presidente dei Ds. Lasciamo perdere i progetti degli altri e pensiamo invece a quanti onori e quante opportunità ci sarebbero per molti se si potesse ruotare premier, ministri e sottosegretari ogni anno.
Non illudiamoci che nel centrodestra non ci sia chi faccia calcoli analoghi, miscelando ambizioni personali e interessi di partito e di coalizione. La stabilità governativa della scorsa legislatura è stata accompagnata da ricorrenti gesti di insofferenza verso Berlusconi, anche se contenuti. È logico ammettere che per alcuni l’idea che Berlusconi possa tornare in tempi brevi a Palazzo Chigi per restarci cinque anni assuma la forma di un blocco della carriera, con la necessità di mantenere vive le proprie aspirazioni cercando temi politici su cui attirare l'attenzione: dalla fisionomia dell’eventuale Partito dei moderati alla scelta se mantenere il simbolo della fiamma in quello di Alleanza Nazionale per finire alla dissociazione dalle manifestazioni di piazza contro la Finanziaria e alla dissociazione dalle critiche a Napolitano.
Conclusione: la turbolenza politica, tra i due schieramenti e all’interno di ciascuno di essi, è il risultato di una incompiuta trasformazione istituzionale dello Stato. Il centrodestra aveva approvato una riforma che, pur farraginosa, rendeva compatibili bipolarismo e stabilità. Il centrosinistra si è battuto perché il referendum la bocciasse. C’è riuscito. E adesso si ritrova a convivere con la sindrome del complotto, ovviamente negato da Prodi in un’intervista a la Repubblica.