Quella vecchia amica dei bimbi

Antonio Venditti

È veramente antica e ancor oggi molto sentita a Roma la tradizione della Befana, la «vecchia» che porta regali ai bambini buoni e cenere e carbone a quelli cattivi, scendendo alla mezzanotte del 5 gennaio dalla cappa del camino. Presso il popolo romano, nell’Ottocento, la Befana era concepita come una strega benefica che cavalca la scopa tenendo il manico davanti a sé, volando sopra cupole, terrazze, abbaini, comignoli e campanili. Il suo arrivo era atteso in modo frenetico dai bambini, che non riuscivano per ore e ore a chiudere occhio, come si legge nel sonetto di Giuseppe Gioachino Belli del 6 gennaio 1845, intitolato appunto «La notte de Pasqua Befania».
Ricordava nel 1889 Giggi Zanazzo in «Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma»: «La sera de la viggijia de la Bbefana, a ttempo mio - li regazzini se manneveno a ddormi’ presto, e sse ffacevano magnà ppoco pe’ ffaje lascià una parte de la céna a la Bbefana». Un’attesa che coinvolgeva grandi e piccini, così descritta vivacemente l’anno successivo da Francesco Sabatini: «... i bambini lasciano volentieri parte della loro cena alla Befana, che dovrà scendere dalla cappa del camino coi suoi befanini, per portare dal lontano paese di Befania i dolci e i giuocattoli da tanto tempo desiderati, come premio della diligenza nello studio, dello amore e del rispetto ai genitori. Ogni bambino ha già scritto alla Befana una letterina commoventissima...».
Finalmente arrivava «La matina de Pasqua Befania» ed è sempre il Belli a descriverla: «Ber vede è da per tutto sti fonghetti/ sti mammocci, sti furbi ciumachelli/ fra ’na battajeria de giucarelli/ zompettà come spiriti folletti!/ Arlecchini, trommette, purcinelli/ cavallucci, sediole, ciufoletti/ carrettini, cuccù, schioppi, coccetti/ sciabbole, berrettoni, tammurrelli...».
L’Epifania era una ricorrenza talmente importante da essere preceduta dal termine di Pasqua. Veniva attesa da tutti con impazienza, perché «er giorno de Pasqua Bbefania, che vviè a li 6 de gennaro - scriveva ancora Giggi Zanazzo - da noi, s’aùsa a ffasse li rigali. Se li fanno l’innamorati, li spòsi, ecc. ecc. Ma ppiù dde tutti s’ausa a ffalli a li regazzini. Ortre a li ggiocarèlli, a questi, s’ausa a ffaje trova’ a ppennòlòne a la cappa der cammino du’ carzette, una piena de pastarèlle, de fichi secchi, mosciarèlle, e un portogallo e ’na pigna indorati e inargentati; e un’antra carzètta piena de cennere e ccarbòne pe’ tutte le vorte che sso’ stati cattivi». Una festa con la quale i genitori inevitabilmente dovevano fare i «conti», considerata la spesa da sostenere per l’acquisto dei «giocarelli»: «La befana, a li fiji, è necessario/ de fajela domani eh sora Tolla?», si legge in un altro sonetto del Belli. «In giro oggi a crompà c'è troppa folla./ A li mii je la fo ne l’ottavario./ A chiunque m’accosto oggi me bolla:/ e com’a Sant’Ustacchio è qui ar Zudario./ Dunque pe st’otto giorni io me li svario;/ e a la fine, se sa, chi venne, ammolla./ Azzeccatece un po d’un artarino/ oggi che ne chiedeveno? Otto gnocchi/ e d’una Pupazzaccia un ber zecchino./ Mò ognuno cerca de cacciavve l’occhi;/ ma quanno sémo ar chiude er butteghino/ la robba ve la dànno pe bajocchi».
Un tempo, come spiegava Giggi Zanazzo, le baracche si trovavano a Sant’Eustachio e nelle strade limitrofe. «In mezzo a ppiazza de li Caprettari - continuava - ce se faceva un gran casotto co’ ttutte bbottegucce uperte intorno intorno, indove ce se vennévano un sacco de ggiocarèlli, che èra una bbellezza. Certi Pupazzari, metteveno fòra certe bbefane accusì vvere e bbrutte, che a mme, che ero allora regazzino, me faceveno ggelà er sangue da lo spavento!».
La fiera della Befana fu trasferita a piazza Navona dopo che furono terminati nel 1872 i lavori di pavimentazione, a cui si aggiunse l’illuminazione a gas. Al bordo dell’amplissimo marciapiede centrale vennero eretti 120 casotti di legno col tetto ricoperto di zinco, tutti uguali e simmetrici, forniti dal Comune di Roma. Dalla metà di dicembre sino ai primi di gennaio i casotti erano occupati dai «pupazzari», che vendevano capanne di sughero, muschi, scenari, angeli in gloria e il necessario per allestire un presepio; dalla vigilia dell’Epifania fino a tutta l’ottava, si esponevano i giocattoli e regali per i bambini. La notte della Befana la piazza era invasa da un frastuono infernale. I padri acquistavano i regali per i propri figli fino alle ventidue. Poi, il giorno seguente, i genitori tornavano coi figli per vedere le baracche del teatro dei burattini del famoso illusionista Mercipinetti o quella del «regno delle fate».