Quella voglia di rivincita che fa scordare la prudenza

Milano è una città abituata ai caroselli. Gli ultimi, pochi giorni fa, li hanno fatti i milanisti per il diciottesimo scudetto. Ma ora la partita è un’altra. Più importante, ci viene da dire. E ieri sera, quando il candidato del centrosinistra, Giuliano Pisapia, ha lasciato il Teatro Elfo Puccini dove aveva fissato il suo quartier generale, lo hanno seguito in parecchi. In un attimo le auto hanno cominciato a suonare i clacson, dai finestrini sono spuntate le bandiere rosse e un gruppo di donne ha salutato l’avvocato intonando «Bella ciao». Poi la banda degli ottoni ha preso a suonare «Stato e padroni», l’inno di Potere Operaio. Ecco cosa ci aspetta, ma è giusto così. Si stanno giocando una finale di Champions league. E quando non ci si ricorda più come si alza una coppa la gioia dà alla testa e prende il sopravvento sulla ragione. Che suggerirebbe di star calmi, di essere un po’ più scaramantici, di incrociare le dita pensando che non è finita. Che c’è ancora una partita di ritorno. D’accordo, la sinistra è in finale e non se l’aspettava nessuno. Forse neanche loro che puntavano su Boeri e si sono ritrovati a mettere in campo Pisapia. Ma anche se ora sembrano favoriti, restano ancora novanta minuti da giocare. E può succedere di tutto. Tra quindici giorni sarà una sfida nuova, tutta da giocare. E ogni partita fa storia a sè. Quindi i compagni ci risparmino caroselli e Belle ciao a quando alzeranno la coppa. Se l’alzeranno.