Quella voglia di toccare il cielo con un dito

«L’architettura è metafora per inseguire un’immagine di purezza, di ordine, di slancio e di immobilità, di perennità, di silenzio e di canto (di incanto) nello stesso tempo: di forme chiuse, dove tutto viene “consumato” nel rigore dei volumi e d’un pensiero». Così scriveva l’architetto Giò Ponti nel 1957 mentre era in corso d’opera la costruzione del «suo» grattacielo Pirelli (firmato con Pier Luigi Nervi, Fornaroli, Rosselli, Valtolina e Dell'Orto). Grattacielo negli anni del boom economico (tra il 1958 e il ’63) significava celebrare lo slancio verso la modernità mentre si sviluppava parallelamente una nuova concezione dell’architettura vista come «opera aperta» e della città come ambiente in divenire. La storia si ripete, a cinquant’anni circa di distanza dall’avvio del cantiere di quello che divenne il simbolo di Milano, sfidando in altezza il Duomo e la sua Madonnina - la tradizione voleva che nessun edificio potesse superare la «Madunina che te brilet» sulle guglie del Duomo, tanto che ne venne messa una anche sulla cima del Pirellone - con i cantieri che cambieranno il volto della città. L’assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, che giovedì ha inaugurato la mostra «La città che sale» all’Urban center, vuole rilanciare la sfida: «Capire fino a che punto i grattacieli debbano essere intesi come incarnazione dello spirito del tempo, e quindi un fenomeno legato alla moda del momento o, invece, come edifici pensati per durare a lungo nel tempo diventando i nuovi simboli di Milano. Con questa mostra vogliamo rilanciare il dibattito ai milanesi - continua Masseroli - in un periodo così delicato dello sviluppo urbanistico. Siamo in un momento in cui stanno cambiando le regole che indirizzeranno la crescita di Milano: il Piano di governo del territorio, infatti, sostituirà a breve il piano regolatore».
All’Urban center, in galleria Vittorio Emanuele (dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 21, fino al 10 aprile), infatti, si possono ammirare i plastici dei progetti in fieri nella città, grattacieli e nuovi quartiere destinati a ridisegnare il nostro skyline. Ma cosa si intende per skyline? «Non dobbiamo intendere lo skyline (letteralmente «linea del cielo», il profilo delineato contro il cielo dal panorama complessivo degli edifici di una città) - risponde Pierluigi Nicolin, direttore della rivista di architettura Lotus - come immagine fissa, il suo fascino, al contrario, è quello di registrare un mutamento». «Il tema non è - commenta Masseroli - grattacielo sì, grattacielo no, ma cogliere la possibiltà di interrogarsi e interrogare sulla densificazione come approccio innovativo alla qualità. Una sfida culturale sui nuovi modelli insediativi».
Più che di mutamento a Milano in realtà si può parlare di una vera e propria rivoluzione urbanistica: da Porta Nuova a City Life, dall’Isola al nuovo Portello, dall’ex area Om a via Savona, dal Naviglio a piazza Tirana, da via Principe Eugenio all’ex Marelli tutta la città, da nord a sud è in fermento. Un cambiamento che non sempre è ben visto dai cittadini che si sono organizzati in comitati contro quasi ogni progetto che sia stato presentato alla cittadinanza. Ecco, il senso della mostra e della sfida che l’assessore lancia ai residenti. La scelta dei grattacieli, infatti, non è certo casuale: costruire in alto permette di liberare terreno da destinare a verde, escamotage che risponde al duplice obiettivo di rispondere alle esigenze dei cittadini e migliorare la qualità della vita urbana.
«Le città italiane - conferma Anna Giorgi, curatrice della mostra - cercano di liberare suolo da recuperare a verde, ma anche di destinare alla costruzione di una trama di spazi pubblici e di relazione che ne promuova e ne sostanzi le capacità di accoglienza e di vivibilità. La città quindi sale e scende, sprofonda nel sottosuolo le infrastrutture, alza il profilo del suo skyline e crea un nuovo paesaggio metropolitano». Cinquant’anni dopo così si declina la corsa alla modernità.