«Quella volta che con Andreotti andai a trovarlo alla Montallegro»

«Decidere e assumersi le relative responsabilità. Ecco, era questa la prima caratteristica di Carlo Pastorino, da professionista e da uomo delle istituzioni. Così l'ho conosciuto io, fin dai primi anni '90, e ne ho apprezzato subito il pragmatismo unito a una grande onestà intellettuale»: lascia scorrere i ricordi, Giuseppe Costa, attuale consigliere comunale del Pdl, ma con una lunga militanza alle spalle nella Democrazia cristiana, il partito in cui ha avuto modo di incontrare e apprezzare le doti umane e politiche del senatore e uomo di governo da poco scomparso.
Erano anni difficili, quelli, per la Dc e per l'Italia.
«Ci avvicinavamo all'epilogo della cosiddetta Prima Repubblica. Pastorino era sempre stato coerente con l'ispirazione degasperiana. Interpretava l'anima del vero democristiano, cattolico e liberale, sempre integerrimo».
Forse per questo, a un certo punto, venne un po' emarginato?
«Anche per questo, senza dubbio. Lui, che era nato politicamente tavianeo, fece parte della corrente di Amintore Fanfani, ma nell'ultima parte dell'esperienza politica diretta si avvicinò sempre più a Giulio Andreotti. Che, fra l'altro, lo volle ministro nel suo governo».
Il legame con Andreotti fu intenso e duraturo.
«Mi piace rammentare un episodio molto significativo, che si svolse proprio a Genova, in occasione di elezioni politiche in cui il candidato della Dc nel collegio di centro era l'ex governatore della Banca d'Italia, Guido Carli. Ebbene, Andreotti venne qui a sostenere Carli che era fortemente e convintamente appoggiato da Pastorino».
Frutto della comune matrice economica, visto che Pastorino era uno dei maggiori agenti di cambio del Paese.
«Sicuramente, ma non solo. In ogni modo, il caso volle che, il giorno della visita di Andreotti, l'ex senatore genovese si trovasse ricoverato alla Clinica Montallegro per una fastidiosa lombosciatalgia. Ma il presidente del Consiglio volle andarlo a trovare, e si intrattenne a lungo con lui».
Un incontro a due?
«No. Posso citare i particolari perché ero presente. Allora ero alla presidenza del Centro Luigi Sturzo che aveva sede in vico Falamonica, un punto di riferimento fondamentale di studio e partecipazione politica».
Vuol dire che, anche quando si era già allontanato dalla vita politica tornando all'attività di agente di cambio, Pastorino manteneva i contatti con il mondo politico, e veniva ascoltato?
«Il suo parere, le sue opinioni contavano sempre. Ricordo ancora un convegno alla Camera di commercio cui partecipò Cirino Pomicino, e tante altre occasioni in cui gli uomini delle istituzioni davano riscontro ai suoi inviti».
Un uomo del fare.
«Decisamente. Lo dimostrano certe scelte lungimiranti, come per la Fiera del mare. Si può ben dire che Pastorino fosse attratto dal fare. La concretezza, la sostanza, innanzi tutto».
Per questo, aveva apprezzato la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
«L’aveva vista come segnale di cambiamento molto positivo. In seguito, rimase perplesso dal metodo, anche perché, fondamentalmente, lui era rimasto ancorato alla Prima Repubblica. Aveva anche maturato una certa simpatia per Pierferdinando Casini, salvo allontanarsene in nome della chiarezza di posizioni che per Pastorino era un dovere imprescindibile. Ma conservò sempre un’assoluta autonomia di giudizio. Un politico atipico, un autentico gentiluomo».