« Quella volta che misi Agnelli sullo skeleton»

Si chiama Nino Bibbia l’uomo che portò il «trabiccolo» in Italia e vinse il primo oro azzurro nel 1948. «Lo scambiai con una cassa di Chianti. La mia ultima discesa? A 76 anni»

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Chi di noi non ha uno skeleton nell’armadio? In Italia pochi eppure tra ieri e oggi ne sono venuti fuori un paio, sulla pista di Cesana Pariol. Ha incominciato la Zanoletti (ieri quinta) e tocca adesso all’Oioli, gente azzurra che viene da Domodossola e Santa Maria Maggiore, per dire Verbania e che ha deciso di mettersi prona su questo trabiccolo, per andare giù a cento e fischia all’ora, lungo quel budello ghiacciato che porta, in due curve, i nomi di Monti e di Bibbia.
Di Eugenio Monti leggenda del bob, tutto si sa ed è stato scritto. Di Nino Bibbia qualcosa meno, per il semplice fatto che lo skeleton, che nella nostra lingua sta per scheletro ahimè forse per le ossa rotte o per il tipo di struttura ridotta all’osso appunto, lo skeleton è una di quelle discipline come le freccette o il tiro alla fune, la corsa nei sacchi o l’albero della cuccagna, bella e divertente, non serissima ma con una variante decisiva: qui si rischia la pelle, ne sa qualcosa anche l’avvocato Gianni Agnelli che oggi non può ovviamente confermare ma ai tempi sì. Che c’entra Agnelli con lo skeleton? A parte il fatto che Agnelli qui a Torino c’entra a prescindere, Bibbia fu amico suo («amico di me» dice il Nino che è nato a Bianzone, fuori Sondrio) e Bibbia fu il primo atleta azzurro a vincere una medaglia d’oro ai Giochi invernali, nel 1948.
Come avrà fatto un bianzonese a coricarsi, con la faccia in giù, su quell’arnese è presto spiegato. Il padre di Nino si chiamava Simone, aveva il carro e i cavalli, trasportava frutta e verdura da Sondrio verso la Svizzera, a Saint Moritz c’era la gente giusta che apprezzava l’articolo. Il Nino ereditò carro e quadrupedi ma decise di trasferire in Svizzera anche i prodotti della San Pellegrino, acque minerali e aperitivi, allora preferì il camion: «Un Fiat 662, ci feci un milione e trecentonovemila chilometri. L’avvocato Agnelli me lo fece pagare con uno sconto grandioso».
Ci risiamo con Agnelli. Dunque Nino Bibbia va e viene, ha 22 anni e riesce ad evitare la chiamata alle armi: «Per un solo anno ce la feci, toccò a quelli del Ventitré. E poi io ero ormai emigrato all’estero». All’estero significa Saint Moritz, qui parcheggia il Fiat 662 e apre un negozio di alimentari: pane, vini, verdura, frutta. Il popolo scia e beve champagne, Nino vende e ammira. Uno dei clienti fa il brillante con lo slittino ma è uno slittino strano, skeleton appunto, viene dall’America. Bibbia gli fa la corte, all’attrezzo ovviamente: «Un giorno il signor Vonjolin, il cliente appunto, mi dice: se mi dài una cassa di Chianti, ti regalo lo skeleton. Non ci pensai un attimo».
Un attimo e arriva l’oro olimpico, dopo un paio di manche contro britannici e yankee. Un attimo e incomincia un’altra vita: «Ho vinto duecentrentuno gare, novantasette volte sono arrivato secondo, ottantaquattro terzo. Ho fatto l’ultima discesa otto anni fa, c’era ancora Agnelli a vedermi».
Otto anni fa Nino Bibbia aveva già settantasei anni: «Sono nato il 15 marzo del Ventidue. Ho lavorato sempre, ho sempre amato la velocità. Ho avuto una Topolino verde scuro, poi la Mille e cento e ho ancora una 2300 coupè, color grigio, del Cinquantasei, è bellissima e va ancora a mille, venga a vederla».
La Fiat resta presente per quell’amicizia con il padrone: «Agnelli aveva una voglia matta di provare lo skeleton e il bob. Incominciammo con lo skeleton. Gli dissi che era rischioso, al Cok andò a a sbattere contro una lastra di ghiaccio e si ruppe un dito della mano». Chi esce allo Shuttlecok riceve una cravatta in premio ed entra a far parte dello Shuttlecock club che ha sede nel Kulm hotel di Saint Moritz. L’avvocato, incravattato, provò anche con il bob. «A tutti i costi voleva guidare lui. Anche stavolta gli dissi di stare molto attento perché le traiettorie erano imprevedibili, il bob non è come l’automobile, anzi è un’auto per chi non ha mai provato a guidarla. Lo pilotavo io da dietro, arrivammo alla fine della pista quasi per caso, scese e mi sussurrò: «Nino, questo spovt non è pev me». Anche sua sorella Susanna volle provare: bob a cinque, sì, quattro donne, lei, quattro amiche, una americana, una inglese, una cecoslovacca e io alla guida. Qualche strillo, nessuna paura.
Gianni Agnelli scelse gli sci». Preferiva «skiare» come diceva l’avvocato, accompagnato dal maestro privato Romano Depedrini. Nino Bibbia faceva da maestro a tutti, pure all’Eugenio: «Una volta scendemmo con Monti sul bob a quattro. Continuavo a ripetergli che l’ultima curva era a rischio, lui sbuffava. Un giorno ci lasciò il naso, venne a ringraziarmi, io rifiutai di salire di nuovo sul suo bob, gli attrezzi degli altri non mi sono mai piaciuti».
E lui, il Nino d’oro, mai un incidente? Mai un dito rotto? «Quindici capitomboli, lo scriva, quindici in tutta la mia vita, tredici su quella curva dello Shuttlecok, una costola fratturata, qualche piccola ferita, tante cravatte in premio. Sono venuto a Torino per la cerimonia di apertura, bella davvero. Mi hanno chiesto se volessi fare una prova sullo skeleton ma andrei troppo piano, non è roba mia, preferisco volare come ho fatto per tutta la mia vita. Mia moglie Rosa si è stancata di pulire coppe, targhe, trofei, resto qui con lei a Saint Moritz e guardo quelle buffe medaglie con il buco in mezzo. La mia è tutta d’oro puro. Con lo skeleton e il bob non si diventa ricchi, molte bottiglie di champagne e tante feste. Quanto tempo è passato».
Dove sarà mai quel camion Fiat 662?