Quella volta che Soldati mi raccontò la storia d’un amore impossibile

In uno dei tanti pomeriggi trascorsi a conversare con lui, Mario Soldati ebbe modo di raccontarmi quanto accaduto a una persona che conosceva e di cui ero amico, rifacendosi al titolo di un articolo scritto dallo stesso ad un quotidiano il 1° gennaio 1952. Ascoltavo con attenzione di questo suo amico inviato in un piccolo centro per lavoro, e che subito dopo l’arrivo aveva avuto modo di conoscere una ragazza del luogo. Ne era nato un rapporto particolare nonostante lui fosse già sposato, e cercasse di far convivere gli impegni del suo lavoro con quanto stava nascendo tra i due. Gli incontri erano tempestosi, perché lei doveva fronteggiare le regole di vita che doveva essere solo di chiesa e famiglia, e onestà morale. Valori che non potevano convivere in un rapporto così diverso. Erano tempi in cui bisognava nascondere tutto ciò che non era di «valori di vita». Il suo amico doveva escogitare una infinità di scuse pur di stare vicino alla donna che aveva mutato la sua esistenza. Così venne il momento del rientro alla sua sede abituale, e con questo anche il «rivivere» quanto poteva nella lontananza affievolirsi. Rivivere nelle lettere che Mario mi leggeva e dove la donna confessava che «non ricordo di avere trascorso una giornata come quella di oggi, e mai giornata mi ha dato più soddisfazione - oggi ero veramente io - viva e vera nei miei pianti come nelle allegre risate, nelle confessioni come nelle mie domande, che finalmente mi esternava per quello che realmente era ed è senza più paura ed inibizioni, senza timori, solo desiderosa di amare».
Commentavamo dicendo che si notava che la donna era molto felice, anche se in qualche scritto era solita dire: «È scesa la sera, una sera triste e malinconica che mi invita a pensare a te, te nei sei andato oggi quasi di corsa con una stretta di mano, mentre io avrei desiderato salutarti in maniera più dolce e affettuosa. E così un’altro giorno senza di te è trascorso. Da ieri quanto te ne sei andato io ho vissuto e sto vivendo nell’attesa che arrivi al più presto domani per poterti rivedere».
Mario paragonava quanto stava vivendo il suo amico e la sua donna al preludio di un dramma, che si augurava naturalmente a buon fine, anche se vi erano troppi ostacoli affinché vi fosse una finale che non portasse dolore a entrambi. Tanto che lei scriveva «saremmo due incoscienti, due irresponsabili se ogni tanto non ci guardassimo attorno. Purtroppo ciò che ci circonda non è come lo vorremmo noi e poi è tutto falso, c’è tanta ipocrisia, però fino ad oggi entrambi abbiamo accettato quello che la nostra società ci offre e forse dovremo continuare a farlo, o ne saremo costretti». Era una realtà che cominciava a minare il loro rapporto anche dalle frasi che dicevano «Lo so che hai grandi preoccupazioni, capisco il tuo stato d’animo e so anche che io non ti posso aiutare in nessun modo» aggiungeva che era tremendo dover rimanere passivi, senza nulla fare, quando la persona che amiamo potrebbe avere bisogno di noi; proseguendo con «devo stare inerme ad aspettare e questo non lo sopporto, chiudo gli occhi ed ho dianzi la tua immagine, il tuo viso segnato dalla stanchezza e dalle preoccupazioni. Voglio che questa lettera ti trovi meglio soprattutto nel morale». Il commento di Mario era portato a paragonare quanto stava vivendo il suo amico e la sua donna con il dire che forse avrebbero fatto meglio a prendere delle decisioni che magari avrebbero sì fatto del male ad altri, ma che avrebbero portato i due a vivere, quella vita che sentivano ricca di sentimento e di passione: anche se notava che lei, iniziava a prendere coscienza il fatto che non poteva contraddire i principi morali della sua famiglia e dell’educazione che aveva avuto. Così tali supposizioni trovarono conferma quando lei scrisse che «ancora una giornata come quella di oggi, e poi crollerò. La notte è trascorsa quasi insonne e quando riuscivo a prendere sonno dopo poco mi svegliavo, singhiozzando. Durante tutta la giornata poi sono stata male, ma il mio era uno strano malessere».
Prosegue, come una sinfonia, come se nello scritto avesse preso consistenza musica di Beethoven, di Chopin, quando dice che «è il mio subconscio, la mia coscienza che si sta risvegliando, la coscienza, che una volta si considerava una persona saggia, ed ora per inseguire egoisticamente la sua felicità non è più tale. Sta tradendo la fiducia delle persone che la circondano e che a loro modo l’amano. Ma dimenticano ogni insegnamento religioso, sta desiderando qualcosa che non potrà mai appartenerle, non per volontà degli uomini, ma per volontà di Dio. Non posso continuare a vivere così, con questi pensieri che mi assillano, che mi ossessionano, che mi torturano.
Mario si sentiva particolarmente interessato a quanto aveva scritto in quella che doveva essere l’ultima lettera di un qualcosa che aveva vissuto il suo amico. Un qualcosa che trovava ancora riscontro nella impossibilità di poter proseguire perché scriveva. «In questi ultimi tempi sono uscita pochissimo, ho incontrato poche persone, non ho vere amiche con cui confidarmi, e vivo per di più in un ambiente familiare abbastanza triste. E io sono giovane, sento ancora la voglia di vivere nonostante tutto di ridere, di scherzare forse perché giovane non lo sono mai stata, però mi sentivo già vecchia». Per finire che «in questo momento non sai quanto male io mi stia facendo dicendo che non intendo più scriverti, né telefonarti. È una decisione questa che avevo già tentato di prendere e non l’avevo mantenuta. È una decisione che io prendo perché è l’unica cosa da farsi, perché deve essere così. Sarò infelice. Soffrirò. Ma sarò in pace con la mia coscienza e con Dio. Ritornerò a Messa potrò senza timore guardare mia madre negli occhi. E la vita continuerà finché l’accetterò sarà per me un dovere, come una missione da compiere e benché fino ad ora mi abbia negato molto, cercherò di spenderla ragionevolmente accettandola nel bene e nel male. Vedi da molto soffrivo in questo modo ma non ho mai voluto parlartene a fondo. Ma oggi mi sono accorta che non avrei resistito un giorno di più, che la cosa era insostenibile, saremo sempre vicini, perché siamo troppo simili e ci conosciamo così a fondo. Vorrei aiutarti a ritrovarla, a salvare il tuo matrimonio quello che costituisce la tua famiglia ma so che non potrò far nulla. Addio». C’è tanta poesia, aggiunse Mario. Tanta poesia e sentimento, paragonando il tutto a «Crepuscule du scir». Gli chiesi se il suo amico l’aveva più rivista.
maresciallo in pensione
ispiratore di Mario Soldati