Quell'anarchico che fece barba e capelli al Decadentismo

Lorenzo Viani (1882-1936) fu espressionista e difensore del Futurismo. In settembre Firenze gli dedica una mostra. Viareggino "selvaggio", barbiere, da autodidatta divenne critico colto e raffinato

Lorenzo Viani, pittore degli emarginati e battagliero critico d’arte. Una personalità complessa che libri e mostre dagli anni Cinquanta del Novecento stanno mettendo in luce. Una pittura scabra fatta di grandi righe nere che profilano un mondo di mendicanti, ubriaconi, pazzi e ossessi. Una scrittura di carattere, forte e limpida che racconta lo stesso mondo, con gli stessi personaggi allucinati. Peritucco, a esempio, protagonista di un olio su cartone del 1914-1915, una gran faccia rossa contornata di nero, dentoni bianchi, una rosa in mano, lo sguardo spiritato. Chi è? Un malandato imbianchino, frequentatore del manicomio di Maggiano, morto affogato nell’acqua, assassinato «sotto la polla in pescheria: lui che temeva l’acqua più dei gatti». Colpa del vino, che lo aveva spinto a «pisciare addosso» a uno della «famosa compagnia dei trascurati». Lo racconta Viani ne Gli ubriachi, una dozzina di racconti del 1923, ripubblicati nel 1997 nell’Opera omnia (Mauro Baroni editore).
Insomma, un’osmosi continua tra pittura e scrittura, un gergo toscano che recupera termini antichi, di grande efficacia: «Le figure – scrive nel 1925 - nascono in noi con una intelaiatura di parole loro e noi le vediamo balzare in rilievo quanto più rimaniamo nell’atmosfera delle loro espressioni». E aggiunge: «Possiamo, dipingendo, impastare il bitume col nero, e scrivendo, inserire il gergo nella lingua; ma il bitume e il nero, il gergo e la lingua debbono nell’impasto creare un valore di tono, nell’unità indissolubile dell’insieme».

Ora, a ricordare il grande pittore simbolista-espressionista si aprirà a fine settembre una mostra a Firenze («Lorenzo Viani. La Collezione Bargellini e altre testimonianze»). Mentre, a scavare ulteriormente nell’universo letterario e critico del pittore, è appena uscito un libro a cura di Marcello Ciccuto ed Enrico Lorenzetti. Il volume riunisce oltre cento scritti d’arte di Viani dal 1906 al 1936 che rivelano le sue idee su artisti antichi e contemporanei, mostre e avvenimenti vari. Inediti, si aggiungono alla trentina già pubblicati nel 1997. Emerge un altro aspetto del pittore-scrittore, dai toni ugualmente forti, idee precise: pro tradizione italiana, Futurismo, Novecento, contro impressionisti e altri «decadenti».

Ma chi era l’uomo Lorenzo Viani? Era un viareggino che aveva nel sangue il mare, le Apuane, gli amici anarchici, i vagabondi, ma anche un sofisticato uomo di pensiero. Nato nel 1882 nella darsena vecchia, in via della Fornace, inizia bene la sua vita con un padre al servizio di Don Carlos di Borbone. Ma a quindici anni, licenziato il padre, la sua vita cambia. Dall’agiatezza alla miseria, scrive. Impara il mestiere di barbiere e diventa anarchico. Conosce socialisti come Leonida Bissolati e Andrea Costa, artisti come Giacomo Puccini, Gabriele D’Annunzio, Plinio Nomellini. Racconterà tutto nel libro Barba e capelli del 1939. E legge, anche: Zola, Hugo e Michelet. Frequenta la strada e la darsena, il porto, le osterie. Lo colpisce il mondo marginale e ossuto di portuali avvinazzati e pescatori, ex-cavatori, ladri di polli, tutti idealisti e sognatori, pronti a salvare un amico ridotto al lumicino, sporco e ripugnante.

Decide di fare il pittore, con l’aiuto della sua famiglia alla fame, ma illuminata. Va all’Accademia di Belle Arti di Lucca, si dà alla politica, combina poco e ha nostalgia del mare. Poi, Firenze, Genova, dove fonda con l’amico giornalista e scrittore socialista Luigi Campolonghi la rivista anticlericale La Fionda, di cui usciranno pochi numeri. Poi ancora il mare e infine Parigi, 1908, la grande avventura, senza un soldo e senza conoscere una parola di francese, con solo una lettera di presentazione al pittore Délecluse scritta per lui dall’amica moscovita Jeanne Gromeka, conosciuta forse alla Scuola di Fattori all’Accademia di Firenze.

Viani va a vivere alla Ruche, il famoso gelido alveare di artisti in rue Dantzig, nei pressi di Porte Versailles. In quelle squallide stanze alberga la più illustre avanguardia, da Picasso a Chagall a Modigliani a tanti altri. «Patimenti, fame, umiliazioni, freddo, disperazione, angoscia» sintetizza Viani l’anno parigino nella Lettera autobiografica del 1913. Se Viareggio e il litorale tirrenico sono il teatro di stanchi uomini di mare, Parigi è l’immensa ribalta della follia, delle cabarettiste schizofreniche, dei chierici perversi, degli ossessi nudi e pelosi. Viani li dipinge nei suoi drammatici quadri e li descrive nel libro Parigi del 1926. Ma è solo l’inizio del suo articolato itinerario che si conclude nel 1936 per un attacco d’asma.