Quelle ardenti passioni servite su piatti d’argento

La gustosa «Cucina dell’amore» del medico Omero Rompini

Nel 1926 il medico catanese Omero Rompini pubblicò un libro, La cucina dell’amore, che destò scalpore tra i benpensanti. Invece che soffermarsi sul gusto degli ingredienti e delle ricette, quel «manuale culinario afrodisiaco per gli adulti dei due sessi», come recitava il sottotitolo, si interessava degli aromi capaci di scuotere gli istinti sopiti di uomini e donne, a seconda che fossero biondi o bruni. I trucchi di maîtres d’hotel e di insinuanti cuochi di ristoranti alla moda rinverdivano così la tradizione della cucina erotica già sperimentata da Petronio, Plinio, Marziale e dai romani che sentenziavano: «Sine Bacco et Cerere frigescit Venus». In altri tempi, alla fine del XVII secolo, sarà soprattutto in Francia che la «cuisine d’amour» conoscerà diffusione e dignità.
Gli sfizi erotico-gastronomici, conditi da eleganze letterarie, di Isabel Allende o di Vázquez Montalbán, autori di noti ricettari afrodisiaci, hanno quindi antiche e radicate ascendenze. E non sorprende che la buona tavola apparecchiata come propedeutico essenziale alle schermaglie amorose sia soprattutto prerogativa di spiriti stravaganti, in cui la licenziosità è parente stretta della raffinatezza. A far da sfondo ideale di cibi esotici, ma anche di materie prime più volgari, condite però con accostamenti inusuali, sono per lo più teatri di frivolezze e divertimenti spensierati. Tra questi luoghi di elezione, Capri merita un posto di rilievo, se si pensa all’aria mondana che per tutto il Novecento ha sedotto i palati più esigenti e accontentato i capricci della café society internazionale. In mezzo agli abitanti dei suoi locali notturni, Norman Douglas fu per decenni un estroso anticipatore di tendenze e tagliente osservatore della vita sociale. Capri infatti gli ispirò l’opera più celebre, South Wind, e lo ospitò negli ultimi anni della sua discussa e discutibile vita (nel 1916 trascorse anche un periodo nelle carceri inglesi accusato di pedofilia), quando si decise a raccogliere, con lo pseudonimo di Pilaff Bey, decine di ricette nel volume Venus in kitchen («Venere in cucina»).
Ora le edizioni La Conchiglia ne presentano per la prima volta una preziosa edizione in italiano con testo a fronte e con l’introduzione di Graham Greene (pagg. 325, euro 23). Un altro tassello della secolare tradizione della cucina erotica si compone così a opera di uno scrittore scandaloso, il cui epicureismo non poteva che associare la passione della gola con quella del sesso. Nel repertorio non manca nulla, dalla cacciagione ai crostacei, dai funghi alle bevande alcoliche, dalle ricette per dilettanti dei fornelli a irrealizzabili arrosti di introvabili uccelli selvatici. Ce n’è abbastanza per ridare speranze ad affaticati e temperamenti freddi, poco inclini a rimedi chimici. Del resto, lo diceva pure San Girolamo che «all’avidità di cibo s’accompagna sempre la lascivia»: meglio la fame, che «è amica della verginità e nemica della lussuria».