Quelle azioni strapagate a Gavio Si riapre pure il dossier Serravalle

Da presidente della Provincia di Milano, Penati scalò la società facendo
guadagnare all’imprenditore quasi 180 milioni. L’ex sindaco Albertini: "Dove sono finiti?"

Milano L’acquisto del 15 per cento di Serravalle a un prezzo esorbitante dall’imprenditore Marcellino Gavio era un affare che puzzava. Fin d’allora. Se, ad ascoltare uno che se ne intendeva come Guido Rossi, Palazzo Chigi ai tempi di Massimo D’Alema voleva diventare l’unica merchant bank che non parlasse inglese, la provincia di Milano ai tempi di Filippo Penati di quella merchant bank ha aspirato a diventare una filiale. Di un certo peso. Perché il maestro di Sesto San Giovanni nato comunista e scopertosi affarista, subiva terribilmente il fascino della finanza.

Da intrecciare al potere. Perché Penati volle fortissimamente una Provincia in grado di contare, ma con i soldi delle banche con le quali non esitò a indebitarsi. Come quando chiese a Banca Intesa i 250 milioni che servivano per chiudere l’affare Serravalle, concedendo in cambio la presidenza della Serravalle al suo vicepresidente Giampio Bracchi. E così Palazzo Isimbardi per i cinque anni in cui fu in mano al centrosinistra, più che di scuole e di strade, si occupò di scatole societarie, affari, spericolati scambi azionari e secondo la procura di Monza che oggi finalmente indaga, anche di tangenti. Non solo per uso personale, visto che l’accusa è anche illecito finanziamento dei partiti.

«Mi ha dato il suo numero l’onorevole Bersani», diceva il 5 luglio del 2005 Penati, da un anno eletto presidente della Provincia di Milano, telefonando per la prima volta al magnate delle autostrade Marcellino Gavio. Utilizzando, dunque, come lasciapassare l’ex ministro dei Trasporti e allora eurodeputato che sarebbe poi diventato il numero uno del Pd e avrebbe chiamato proprio Penati a capo della sua segreteria politica. Il primo incontro di Penati con Gavio il 15 luglio a Roma.

In un albergo il primo abboccamento per il passaggio del 15 per cento delle azioni della Serravalle, la società che gestisce le tangenziali milanesi e un tratto dell’autostrada per Genova, dal portafoglio dell’imprenditore di Tortona alla cassaforte della Provincia. Un acquisto fatto a cifre assolutamente fuori mercato, come testimonia un’intercettazione della Guardia di Finanza nella quale Gavio parla con il suo braccio destro Bruno Binasco. «Sto facendo un pensierino sottovoce. Vendere tutto a 4 euro». Per svendere? Assolutamente no. Perché così, «portiamo a casa dei bei soldi». Ma di soldi Gavio ne portò a casa molti, ma molti di più. Perché per ogni azione Penati pagò non 4, ma addirittura 8,83 euro. Per azioni che Gavio aveva acquistato a 2,19. Fra gli altri dal Comune di Genova. Come a dire che un’amministrazione del centrosinistra vende a Genova a 2,19 euro e un’altra amministrazione di centrosinistra compra a Milano a 8,83 le azioni dei una stessa società.

A guadagnarci è un privato, nella fattispecie Gavio. A rimetterci sono i contribuenti. Un salasso da 238 milioni di euro.
«Un utile netto per Gavio - denunciò allora e continua oggi a denunciare l’allora sindaco Gabriele Albertini - di 179 milioni di euro». Con Gavio che proprio allora mise a disposizione 50 milioni di euro per la scalata di Unipol alla Bnl. Alimentando il sospetto di uno scambio di favori tra la sinistra falce e casello del duo Penati-Bersani e Gavio. Che, da buon imprenditore, dopo aver munto i democristiani ha già capito il cambio di vento. Dove sono finiti i soldi? «Non lo so - ha ripetuto ieri Albertini alla Rai - ma forse ora qualcuno potrà dimostrare che sono andati a finire dove non dovevano andare».

Un intreccio così evidente che lo stesso Antonio di Pietro, già entrato in politica, consigliò ad Albertini di rivolgersi ai giudici. Ma la magistratura in quel caso fu sorda. Anche se chiaro parlava il documento riservato pubblicato dal Giornale il 4 novembre del 2005. Pagine in cui gli uomini della divisione Infrastrutture di Banca Intesa valutavano le azioni di Serravalle entro una forchetta tra i 5 e i 5,50 euro. Era fine aprile. Comincia la trattativa e a luglio Penati paga le azioni 8,83 euro. Tra il 60 e il 70 per cento in più di quanto gli consigliavano di fare quelli di Banca Intesa. Convinto da Guido Roberto Vitale, il suo nuovo advisor che gli sconsigliò anche di ascoltare il progetto di Banca Intesa che, come si leggeva in quel dossier riservato, prevedeva uno scambio con il Comune. Il 18 per cento che Albertini aveva in portafoglio di Serravalle, in cambio del 14 per cento che Penati possedeva di Sea, la società degli aeroporti lombardi.

Con la Provincia che avrebbe anche ricevuto un conguaglio in denaro. Compiti divisi e uno «scambio di figurine» tra amministrazioni pubbliche che avrebbe fatto di certo l’interesse dei cittadini. Ma Penati preferì strapagare la quota di Gavio. Indebitando la Provincia. Oggi, finalmente, tutti capiranno perché.