Quelle battaglie in Valle Scrivia fra aneddoti e storie di paese

La vita pubblica e l’agone politico entrarono nella mia vita molto presto. Nell’aprile del 1948 in Italia si svolsero le prime votazioni per l’elezione del Parlamento della neonata Repubblica. Ho un vivo ricordo di due momenti forti di quella competizione.
Non avevo compiuto ancora cinque anni, essendo nato il 27 giugno 1943, e mio nonno Pippo, vecchio liberale giolittiano ed antifascista, mi portò con sé ad un comizio del Partito Liberale Italiano che si teneva presso il cinema Centrale di Busalla.
La platea affollata di cittadini, il comizio del candidato del partito, venuto da Genova, per raccogliere consensi, l’animazione del pubblico che si sentiva finalmente protagonista dopo la dittatura fascista, creavano l’atmosfera di una nuova era politica.
Naturalmente non capii il significato degli argomenti posti, ma sentii con interesse la partecipazione e l’entusiasmo delle persone.
Il secondo ricordo riguarda la pubblicità elettorale che si manifestava con l’affissione di manifesti sui muri della città.
Non c’erano limiti e spazi predisposti. Ogni partito affiggeva i manifesti dove era possibile, in una vera competizione mediatica.
Ricordo due manifesti che mi colpirono particolarmente per la loro efficacia e cruda rappresentazione della realtà.
Il primo mostrava una persona magra, dal corpo scheletrico, che dietro un reticolato guardava smarrita il vuoto. Era chiaro il riferimento ad un detenuto di un campo di concentramento nazista. Il messaggio era: perché non si ripetessero simili orrori vota il partito...
Il secondo manifesto riguardava la ritirata dei nostri soldati durante la campagna di Russia.
Un camion militare trasportava soldati tedeschi durante la ritirata, dei soldati italiani cercavano di salire anche loro sul camion, ma venivano allontanati brutalmente dai camerati germanici. Anche questo manifesto portava il solito messaggio di denuncia e speranza per il futuro.
Fu durante quella campagna elettorale che sentii per la prima volta il nome di Alcide De Gasperi.
La vita pubblica e le tensioni elettorali erano molto sentite dalla popolazione. Ogni elezione era un forte momento di tensione. I moderati e l’elettorato DC andavano a votare convinti di fare baluardo contro una eventuale dittatura comunista, portatrice di ulteriore violenze e lutti. I comunisti auspicavano in ogni elezione la riscossa dalla batosta elettorale del 1948, per costruire una società socialista con la dittatura del proletariato al fine di realizzare a loro dire una equa giustizia sociale.
Il giorno delle votazioni, al pomeriggio del lunedì, durante lo spoglio delle schede i comunisti più fanatici giravano per Busalla con il fazzoletto rosso al collo, convinti di vincere perché avevano fatto il pieno dei loro elettori. A risultati conseguiti, con l’ennesima vittoria della DC e dei moderati, i comunisti sparivano dalla circolazione per lasciare il campo agli attivisti democristiani, che a gruppi sciamavano nelle vie del paese commentando il risultato ottenuto e stentando con larghi sorrisi una evidente soddisfazione e sicurezza. Il papà di un mio amico d’infanzia, comunista convinto ed in buona fede, sconfortato da un ennesimo risultato negativo, pianse abbondanti lacrime che non riuscì a trattenere in pubblico.
Ci si chiedeva il motivo di tale sconforto, anche se si sapeva la verità, al fine di deriderlo. Ma il figlio prontamente in zona Cesarini prima che il padre si pronunciasse, dichiarò che tale manifesta tristezza era dovuta alla morte del gatto al quale era particolarmente affezionato. Le male lingue dicevano che l’adesione della persona al comunismo era dovuta per ripicca ad un vecchio zio prete che nel testamento pubblicato alla sua morte non aveva lasciato al nipote alcuna somma del suo ingente patrimonio.
Non ho mai creduto a dette dicerie perché conoscendo bene la persona era sicuro della sua buona fede.
La vita politica aveva risvolti a volte umoristici. Il leader dei repubblicani di Busalla era un noto commerciante che, avendo sposato una bella ragazza contadina, frequentava poco il suo negozio perché la moglie, contenta della posizione sociale acquisita, stava volentieri dietro il banco a fare anche il lavoro del marito, gratificata da una professione migliore e meno gravosa della dura vita dei campi.
Il segretario svolgeva quindi una intensa vita politica fatta di riunioni e di mangiate con giovani entusiasti dell’attività che rompeva la monotonia della vita di provincia. Attività accompagnata dalla presenza di alcune ragazzine simpatiche e compiacenti. Il divertimento era tanto mai i risultati erano scarsi.
La campagna elettorale era un momento forte dell’impegno politico. L’arrivo a Busalla di una personalità del partito repubblicano era l’occasione per manifestare con una certa goliardia l’appoggio al consueto comizio tenuto nella piazza principale del paese.
Durante una di queste campagne elettorali il partito monarchico pensò di impegnarsi fortemente nella Valle Scrivia attuando una serie di manifestazioni culminate con un comizio pubblico nella piazza principale.
Venuto a conoscenza di tale fatto, il nostro amico considerò la manifestazione una vera provocazione per un paese di chiara vocazione repubblicana anche se i consensi al suo partito erano scarsi.
Come sabotare tale fatto?
Vicino alla piazza era ubicato un bar con annesso juke box.
Dovete sapere che quell’anno la cantante Nilla Pizzi aveva spopolato al festival di Sanremo con una canzone intitolata «Avvinta come l’edera», canzone che parlava d’amore e passione con riferimento all’edera in segno di attaccamento.
Il nostro amico ebbe una idea, l’edera era il simbolo del partito repubblicano, sulla scheda elettorale era presente una foglia d’edera con la scritta PRI. Mentre iniziava la manifestazione dei monarchici il repubblicano si recò di corsa nel negozio dove prese dalla cassa una notevole manciata di monete e andò al bar.
Subito monopolizzò il juke box inserendo una quantità di monetine e a tutto volume la canzone «Avvinta come l’edera» fece da sfondo al comizio del monarchico, un ufficiale in pensione che nel propugnare la causa del partito ricordava le sue passate vicende militari, che credo non interessassero a nessuno.
Soddisfatti del piccolo ostruzionismo la vicende finì con una bevuta generale offerta dal commerciante anche per tacitare i clienti del bar ai quali aveva monopolizzato il juke box.
Non potevano mancare i comizi dei due grandi partiti la DC e il PCI. I comunisti, tra bandiere rosse e canzoni Avanti popolo e Bella ciao, proponevano una società migliore dove le ingiustizie sociali sarebbero scomparse ed i lavoratori sarebbero vissuti finalmente nel «paradiso sovietico» come i loro compagni russi.
I democristiani invece parlavano di difesa della liberta, recentemente conquistata con la caduta del fascismo, di una società di diritti e doveri, richiamando i valori del paese (nuovo termine che aveva sostituito la voce patria, parola troppo fascista). Si iniziava con la melensa canzone Bianco fiore, inno del partito per finire con l’inno nazionale o la canzone del Piave, chiara allusione ai sovietici comunisti con le strofe: non passa lo straniero ecc.
L’onorevole Russo, giovane deputato DC, un ottimo oratore, naturalmente fece anche lui il suo comizio oltre al solito Taviani onnipresente ed onnipotente.
Gli attivisti erano mobilitati per riempire la piazza, in prima fila alcune famiglie cattoliche che schieravano la numerosa prole per fare numero, dal figlioletto poppante al vegliardo nonno.
Tra i nuovi democristiani c’era un certo Sperandio, orfanello che aveva trovato un aiuto nella politica durante il fascismo ed era riuscito a farsi una posizione sociale discreta. Era un fascista moderato, che nella nuova repubblica aveva pensato bene di seguire la DC.
Diversamente da altri suoi ex camerati che erano passati alla sinistra.
E venne l’onorevole Russo a propugnare la causa della libertà con un comizio in piazza dai toni forti ed esaltanti. Fu una manifestazione esaltante. La folla applaudiva le belle parole dell’oratore, rapita dai temi della libertà, dei sacri destini del nostro paese ed altro. Sperandio assisteva estasiato al comizio, gli sembrava di essere tornato giovane quando ai raduni della Gil si marciava e cantava con entusiasmo. Naturalmente il comizio finì con l’inno nazionale fratelli d’Italia, seguito da un nutrito applauso e alcune grida di viva l'Italia. Anche Sperandio partecipò con emozione e l’emozione gli giocò un brutto scherzo. Agitato alla fine della manifestazione, mentre tutti applaudivano e si apprestavano a salutare l’oratore, in un momento di entusiasmo alzo il braccio destro nel saluto romano, come usava fare ai tempi del fascismo. Subito si riprese, accortosi dell’errore e degli sguardi stupiti di alcuni vicini, e prontamente agitò il braccio destro alzato in segno di saluto all’oratore, dicendo, ad alta voce, che doveva andare via subito essendo l’ora tarda, tralasciando di salutare personalmente l’onorevole.
L’episodio ebbe commenti diversi. I comunisti sostenevano che la DC era il nuovo fascismo ed il fatto ne era la conferma. I democristiani accusavano i comunisti di falsità e disinformazioni pur di potere conquistare il potere con ogni mezzo.
Altro argomento di polemica soffusa era stato il segretario locale della DC.
Il personaggio nel passato aveva ricoperto per un breve periodo la carica di segretario amministrativo della locale del sezione del PNF e le male lingue di destra sostenevano che ne era stato allontanato per alcuni conti irregolari di cui non aveva dato giustificazione, adombrando il sospetto di un furto. I democristiani replicavano contestando le solite accuse infondate.
Il fatto venne superato alcuni anni dopo con l’elezione di un nuovo segretario.
Lo spoglio delle schede elettorali avveniva nei seggi alla presenza degli elettori. Anche i non maggiorenni, e quindi non elettori, potevano assistere in deroga alle disposizioni tanto era il senso della partecipazione della neonata democrazia.
Naturalmente anch’io assistevo alla lettura dei risultati.
Il segretario dei repubblicani, presente in forza con i suoi collaboratori, ogni volta che usciva un voto al suo partito manifestava con entusiasmo il risultato con pacche sulle spalle degli amici, ammiccamenti sorrisi e gesti di soddisfazione. Il Presidente del seggio elettorale tollerava bonariamente tali manifestazioni, in fondo i voti PRI erano pochi ed interrompevano la monotonia della filastrocca DC - PCI.
Invece i neofascisti presenti, sempre tesi e pronti all’erta, facevano segni di insofferenza durante la conta dei voti, rilassandosi solo quando il loro partito MSI raccoglieva i pochi consensi.
Insomma anche le lettura dei risultati elettorali era una manifestazione di vita sociale, alla quale partecipavo volentieri.
I comunisti con il fronte popolare vinsero le prime elezioni comunali. Il nuovo sindaco era un operaio sindacalista vecchio militante del PCI, la DC passo all’opposizione.
Alla tornata successiva la DC conquistò il comune. Il candidato sindaco dottor Giacchino era un vecchio popolare, persona stimata e capace. Non riuscì a ricoprire la carica perché anziano si ammalò e dopo una breve malattia morì. Non lo conobbi personalmente, data la mia giovane età. Posso solo dire andavamo spesso a giocare nel parco della villa Bruzzo, grazie alla benevolenza del Conte Bruzzo che con atto di magnanimità gradiva che bambini e ragazzi potessero usufruirne. Un giorno mentre stavamo giocando allegramente e rumorosamente venimmo avvicinati da una donna che ci invitò a non fare rumore. Nella vicina dipendenza della villa il dottor Giacchino giaceva in punto di morte. Fu questo l’unico mio contatto con il notabile democristiano.
Diverso fu il mio rapporto con il nuovo Sindaco dottor Costaguta. Marito di una amica di mia mamma, frequentavo la famiglia ed i figli con i quali trascorrevo le vacanze estive.
Costaguta fu per me un esempio di vita politica. Uomo capace, onesto, sincero democratico cristiano, veniva dalle file della FUCI, amante della montagna, aveva prestato il servizio militare negli alpini.
Amministrò molto bene Busalla per numerosi anni lasciando un buon ricordo.
(1 - continua)