Quelle caste che frenano il Paese

L’ex deputato Raffaele Costa: «Difficile cambiare ma almeno ora qualcuno protesta»

Cambiano le stagioni politiche e cambiano i governi. Ma i talebani del diritto acquisito, i furbi, gli arroganti, le carpe che sguazzano nei fondali del sottogoverno non demordono e l'Italia dei privilegi resta un problema all'ordine del giorno. «Sì, forse non si sono fatti grandi passi avanti ma l'opinione pubblica ha ben individuato queste situazioni. Le accetta, sovente le subisce ma talvolta le contesta. Anche il mondo parlamentare e quello giornalistico hanno acquisito un maggiore interesse al problema sviluppando nuove attività di contrasto, di critica e di denuncia». Non è pessimista Raffaele Costa, ex parlamentare e presidente della Provincia di Cuneo, ormai una autorità in materia dopo le sue documentate inchieste su privilegi e sprechi, raccolte in due intriganti volumi editi da Mondatori. L’intervista che segue è del 4 dicembre 2005 ma sembra fatta ieri. Il che la dice lunga sul muro di gomma che assorbe tutte le pulsioni riformatrici nel nostro Paese.
«Interventi - diceva Costa - ci sono stati in sede di leggi finanziarie, di legislazione regionale, magari con molta cautela; in ogni caso la situazione non è peggiorata e questo è già un progresso». L’Antitrust e Bruxelles aumentano la pressione contro due categorie che a torto o a ragione vengono definite privilegiate, notai e farmacisti titolari: «I farmacisti ad esempio sono stati indotti a concedere qualcosa (il decreto Bersani ha liberalizzato nell’agosto scorso la vendita dei farmaci da banco, ndr); magari i notai sono stati finora meno toccati. Indubbiamente sul piano legislativo le due categorie godono di benefici non indifferenti». Ma non è in vista qualcosa che ci allinei agli standard europei? «Questo sì, almeno per i farmacisti, ma ho verificato che le percentuali di utile non sono così dissonanti rispetto all'estero. Si tratta di un problema di ambito europeo».
Passiamo alle auto blu: non si riesce proprio a fare un censimento? Le stime vanno dalle 300mila alle 500mila vetture riservate alla nomenklatura: «Bisogna stare molto attenti a non fare di ogni erba un fascio, il che non vuol dire che, come ad esempio a Roma, non ci sia una situazione di eccesso, come del resto in qualche Regione e perfino in qualche Provincia. La Finanziaria 2005 prevedeva un’anagrafe delle auto blu che però non è stata fatta o non è stata fatta in modo completo. Però il problema rimane anche se c'è ora qualche pudore nell'utilizzare queste vetture perché il vero danno non sta tanto nel mezzo in sé quanto nel fatto che sovente c'è l'autista a disposizione esclusiva, ciò che finisce per costare, specie per i tempi morti». Ma quando si parla di autista ci si riferisce in realtà a più persone in servizio a turno... «Sì, ma si va verso forme di pool che servano un gruppo di dirigenti, ciò che migliorerebbe la situazione. Purtroppo si tratta di una progressione molto lenta. Tra i beneficiari ci sono Authority e Agenzie che hanno un peso in linea di principio ma non riescono a sfondare perché gli enti erogatori di determinati servizi sono fortissimi, guadagnano moltissimo e non soffrono crisi, vedi Eni, Enel, Società Autostrade, Telecom eccetera».
Abbiamo anche il fenomeno tutto italiano degli ex che conservano il privilegio dell'auto blu... «Gli organi costituzionali sono un'altra categoria di privilegiati: Camera, Senato, Corte Costituzionale, Cnel, Quirinale godono di benefici che sembrano intoccabili. Nella Finanziaria si parla di un minimo di riduzione dei costi ma secondo me si tratta in realtà di semplici non aumenti».
E i vitalizi dei parlamentari? L'onere relativo grava ormai in gran parte sulla finanza pubblica... «Si sono fatti dei passi avanti dato che qualche anno fa bastava essere stati parlamentari un minuto per maturare il diritto al vitalizio. Adesso come minimo servono due anni e mezzo. L'erosione di questi benefici c'è; è un’erosione lenta che la società capisce poco perché è in un momento di sofferenza; se fossimo in una fase di benessere la società bene o male accetterebbe queste situazioni. Ma in questo momento le accetta meno volentieri. Guardiamo ad esempio la Banca d'Italia: aveva poteri molto vasti, era l'istituto di emissione e ora non lo è più dato che ha ormai più che altro funzioni di controllo sugli istituti di credito: eppure non ha quasi perso personale, ha oltre ottomila dipendenti».
«Un fenomeno realmente negativo è quello delle Regioni a statuto speciale: è inutile che invochino l'autonomia; è una bella cosa che però devono avere tutti. Non è che uno può trattenere l'80 o il 90 per cento delle imposte pagate dai contribuenti e poi percepire altri benefici da parte dello Stato; questi sono privilegi dei più macroscopici». Ma a Bolzano invocano le clausole di trattati internazionali... «Invochino quello che vogliono, ma è roba di cinquant'anni fa, quando bisognava contrastare volontà separatiste. Adesso non è più così. Provino ad andarsene, poi se n'accorgono. Un altro privilegio ingiustificabile è quello dei casinò: si parla sempre di farne uno per regione: perché qualcuno deve averlo e altri no? Il territorio ne beneficia in misura notevolissima. Bisogna anche ridurre gli enti, ma soprattutto il numero delle leggi, dato che madre di ogni organismo è sempre una legge; e dietro ogni legge, anche la più innocente, ci sono una scrivania, un funzionario, un controllore, un telefono, un ufficio periferico, un bilancio. Passi avanti si stanno facendo in materia di pensioni e tfr; resta il problema della sanità, con medici di base e ospedalieri differenziati da un diverso trattamento; c'è il problema della nomina dei primari, attualmente a discrezione del direttore generale, discrezionalità eccessiva che porta alla politicizzazione. Ho proposto che queste scelte vengano effettuate in base a graduatorie con nomine motivate».
(1. Continua)