Quelle celle costruite sulle sabbie mobili

Inaugurate nel 1993, hanno iniziato a sprofondare subito: chiuse nel 2004. Al vento milioni di euro

nostri inviati a Gragnano (Napoli)

Fino a ieri Gragnano era nota per i maccheroni, qui «scoperti» nell’anno del Signore 1560. Da quest’oggi la cittadella che sorge in provincia di Napoli, ai piedi dei monti Lattari, diventerà famosa per il «carcere che affonda» e che a forza di sprofondare in un terreno friabile ricavato da una cava di tufo (mai ricoperta) nel 2004 è stato definitivamente chiuso. Quella della galera costruita sulle «sabbie mobili» campane è la storia, paradossale, dell’ennesimo sperpero penitenziario. Milioni di euro buttati via per una struttura che avrebbe potuto far comodo in tempi di sovraffollamenti e scarcerazioni per l’indulto. E che invece, tra allarmi geologici e volontà politiche, è stata prepensionata anzitempo infischiandosene dei quattrini spesi per ospitare 110 detenuti. La casa circondariale di Gragnano, dopo una prima sospensione del dicembre 2000, tre anni più tardi è stata condannata all’oblio, forse sperando che quelle fondamenta all’apparenza così poco solide vengano inghiottite nel terreno insieme a ciò che resta della galera inutilizzata.
Questo gioiello d’edilizia carceraria venne pensato e realizzato sopra una cava di tufo che, negli anni Settanta, era stata precauzionalmente chiusa. Nel 1982 si decise di iniziare i lavori senza però prima bonificare l’area. Architetti e ingegneri ministeriali non pensarono a riempire la voragine, piantarono pali a trenta metri di profondità dopodiché diedero il via ai lavori spalmando distese di cemento sulle quali, a tutt’oggi, resiste la prigione-fantasma. L’anno 1987 segnò la fine dell’opera di tre sezioni anche se il «femminile» da trenta posti non entrerà mai in funzione. In pompa magna, alla presenza delle massime autorità cittadine, si tagliò il nastro nel 1993 in contemporanea all’inaugurazione di altre strutture come Lauro di Nola e Eboli. Dal ’93 al 2000 il carcere ha svolto regolarmente la sua funzione di pari passo all’espletamento di importanti lavori di ristrutturazione, adeguamento e costruzione di una portineria esterna detta «block-house» oltre alla messa in sicurezza di muri perimetrali e cancelli. Il tutto venne a costare miliardi. Ad inizio 2000, a seguito di una rottura dell’impianto idrico antincendio sotterraneo ovunque cominciò a materializzarsi umidità e muffa. La direzione chiese aiuto a geologi e ingegneri poiché seguendo un’infiltrazione d’acqua si scoprirono enormi caverne. Due speleologi si calarono con corde e discensori, svilupparono un paio di sondaggi, tracciarono una mappa delle cavità sottostanti, e stilarono una relazione che convinse il Provveditore e il Dap a trasferire immediatamente detenuti e i 73 agenti a Poggioreale.
Quando arrivò la decisione di mettere i sigilli alla struttura si scontrarono due distinte correnti di pensiero: Roma premeva per chiudere, i secondini - che pure ci lavoravano - insistevano per l’agibilità. Racconta l’ispettore Aniello Toscano, del sindacato Sappe: «Checché ne dicano, strutturalmente il carcere poggiava su fondamenta solide. Ma la volontà politica è sempre stata quella di prendere e impacchettare il carcere per non riaprirlo mai più. È vero che il carcere-pensile aveva, anzi ha, delle cavità sotterranee non ricoperte ma queste, per quanto ci consta dai sondaggi geologici, non hanno mai comportato danni seri alla struttura. Gli esperti dissero che l’inconveniente si sarebbe potuto sanare in due mesi. Ma, ripeto, volevano chiuderlo a prescindere. E l’hanno chiuso». Quando nel 2004 l’amministrazione penitenziaria optò per una scelta drastica e non negoziabile (chiusura definitiva del carcere) il Comune di Gragnano si fece avanti. Il sindaco del paese della pasta si mostrò interessato ad «acquisire» la casa circondariale per convertirla al meglio, incurante dello spauracchio dell’inagibilità. Ma mentre l’erba cresce e la galera va in malora, il primo cittadino aspetta ancora una risposta.