In quelle chitarre tanta nostalgia e un pizzico di futuro

Tre ore di concerto con tutti i classici della band e l’annuncio di un disco in arrivo. Sabato saranno a Roma, lunedì all’Arena

Paolo Giordano

nostro inviato a Barcellona

Per fortuna poi si riprendono. Prima tentennano, gozzovigliano, s’aggiustano un po’ ma poi basta una boccata d’aria e fanno il loro dovere. Certo, a vederli uno di fianco all’altro appena s’accendono le luci, qui al Palau Sant Jordi di Barcellona, in uno svenevole presentat arm della nostalgia country rock, vien da pensare, come Nick Hornby, che il presente è fatto di futuro e dal passato arriva solo nostalgia. Eccoli, gli Eagles che sabato saranno a Roma e lunedì all’Arena di Verona, in un affresco che se fosse su tela avrebbe i colori cortigiani del Velazquez e la fissità compiaciuta di Dalì: da sinistra Timothy B. Schmit, che parla bene lo spagnolo e canta ancora meglio il suo passaporto per l’eternità ossia la smancerosa I can’t tell you why. Poi c’è Glenn Frey fasciato in una giacca di un blu come il tramonto catalano, quasi impettito, capace di inaugurare lo show con Take it easy che scrisse con Jackson Browne nel 1972 quando il successo (grandissimo) e la cocaina (di più) erano ancora da venire: ora che nelle narici ha una pellicola di teflon al posto della mucosa perché la chirurgia fa miracoli ma la voce è rimasta potente perché anche il destino qualche volta perdona, è il pater familias degli Eagles, quello pacato, quello che ha il volto e le rughe da comparsa della Grande Guerra di Monicelli. La sua, Glenn Frey, 58 anni, l’ha vinta battendo le esagerate fregole sessiste, il perverso domino dei vizi, l’utopia di scappare sempre nel «middle of nowhere», nel centro del nulla affettivo, esistenziale, professionale, non Steinbeck ma neppure Kerouac.
E soprattutto l’ha vinta venendo a patti con Don Henley, che è il McCartney degli Eagles, ha il fisico imbolsito dai suoi 59 anni stravissuti e stasera passa in parata la batteria, le percussioni, la chitarra e la voce che almeno si prende la soddisfazione di cantare bene la sua Boys of summer, di fare da contraltare ai falsetti di Schmit e soprattutto condurre il quasi gospel di Hole in the world «scritta nella notte dell’11 settembre». Forse tra tutti gli Eagles, la reazione più muscolare alle Torri distrutte è stata quella di Joe Walsh, che è il rockettaro della banda e stasera è alla destra, aggrappato alla chitarra che si impenna in Rocky mountain way e ci prova anche in Life’s been good. Lui canta con una esasperata mimica da taverna, diciamo un faticoso falsetto, e per fortuna lo aiuta il giochino dell’elmetto: ne indossa uno giallo da minatore con una telecamera che riprende il pubblico e lo distrae quanto basta, mentre la sezione fiati (sfiatata) inalbera i suoi sax e le sue trombe. Insomma, eccolo uno dei best seller del country rock di sempre, gli Eagles riuniti qui per la prima volta in Spagna a cantare - per tre ore di un concerto in due tempi - la loro storia, che è quella degli indifferenti a Woodstock, degli sconfitti dal Watergate, degli indomiti nostalgici che continuano a coniugare l’americanità con il barbecue e con la Life in the fast lane, la vita nella corsia di sorpasso. E che dicono, come Don Henley a Rolling Stone: «Vorrei che i nostri figli fermassero l’epidemia di autoreferenzialità che è nata con la mia generazione negli anni ’60». Perciò gli Eagles fanno il miracolo: loro hanno votato, si dice, per Bush ma piacciono anche a chi lo butterebbe dalla finestra, sono l’altra faccia dell’americanità neofolk di Springsteen e Hillary Clinton ha confessato di avere inserito nel suo Ipod anche Take it to the limit (stasera strepitosa). Per di più, non sono stakanovisti, in 35 anni hanno inciso solo sei dischi di canzoni inedite e i 15mila in sala rabbrividiscono quando Glenn Frey annuncia con macabra ironia: «Stiamo scrivendo brani per un disco e speriamo di finirlo prima che i nostri fans ci lascino». Forse non ci crede nessuno e comunque sarebbe superfluo: gli Eagles sono la messinscena di un sogno cinematografico e dovunque, Europa o America non importa, bastano i primi accordi di Hotel California a far scattare il ciak in un’apoteosi di olè. È il loro copione, che diamine. E qui, suonandolo malignamente alla fine, questi quattro signori di mezz’età, gonfi e caparbi, confermano che è meglio continuare a sfogliarlo che aggiungerci altre inutili pagine.