Quelle cronache dipinte in copertina

A Palazzo Reale esposte 370 tavole originali di Beltrame, Molino, De Gaspari, Uggeri e altri artisti

Sulle bancarelle dei mercatini, nel bazar telematico di eBay e nelle librerie antiquarie non mancano mai, incelophanate e divise per annate. Prima o poi un acquirente, che sia un implacabile collezionista o un nostalgico curioso, finiscono sempre per trovarlo. Perché le vecchie, care copertine della Domenica del Corriere - quei lenzuoli di carta coloratissimi che raccontavano di terremoti e disastri ferroviari, di eroismi di strada e matrimoni regali - hanno segnato le nostre vite, anche di chi era appena nato ai tempi in cui il giornale, nel 1989, dopo quasi un secolo di vita, fu messo in meritata pensione da una televisione sempre più onnipresente e da riviste molto più aggressive: le illustrazioni di Achille Beltrame, Walter Molino, Giorgio De Gaspari, Mario Uggeri e tutti gli altri «artisti della cronaca» che hanno dipinto le domeniche del nostro Novecento le abbiamo sfogliate tutti. A metà strada fra un dipinto ottocentesco e la vignetta di un fumetto d’antan, tra un ex voto e un quadro naturalista, le copertine della «Domenica del Corriere» sono la memoria popolare dell’Italia. E come tutto ciò che è memoria, destinate, prima o poi, a finire in mostra.
Quella che «va in stampa» oggi a Palazzo Reale, fino al prossimo febbraio, attraverso una selezione di 370 tavole originali di una quarantina di artisti, racconta appunto la storia del settimanale nato come inserto domenicale del Corriere della Sera nel 1899, per volontà del fondatore e primo direttore Eugenio Torelli Viollier, e diventata presto una delle riviste più famose e più lette del nostro giornalismo. Nel 1949 la tiratura della Domenica del Corriere è di 850mila copie e a metà degli anni Cinquanta grazie alla nuova tecnica di stampa a rotocalco supera abbondantemente il milione, ma al debutto se ne stamparono appena 30mila copie. Il primo numero, l’8 gennaio 1899, andò in edicola al prezzo di 10 centesimi e con due disegni di Achille Beltrame, il “principe dell’illustrazione italiana” (che lavorò per il giornale 40 anni, pare senza fare mai vacanza, fino a pochi giorni prima della morte, nel febbraio del ’45): nelle pagine interne, dodici all’inizio, il disegno del festoso pranzo natalizio offerto dalla Società di patronato degli spazzacamini ai poveri di Milano, e in copertina la catastrofica bufera di neve che aveva colpito in quei giorni il Montenegro. Da allora, per quasi 5mila numeri e 5mila domeniche, il settimanale illustrato - con i disegni di Beltrame, Molino e le altre eleganti matite, e gli articoli di Luigi Barzini, Indro Montanelli, Dino Buzzati e le altre emerite penne, divenne uno dei principali strumenti d’informazione di una buona fetta della popolazione italiana alfabetizzata, raccontando i grandi fatti di cronaca (dalla tragedia di Marcinelle alla scomparsa di Don Gnocchi), gli eventi politici internazionali (dall’assassinio di re Umberto I a Monza all’occupazione sovietica dell'Ungheria nel ’56), i campi di battaglia di due guerre mondiali (dalle trincee del Carso allo sbarco degli Alleati), personaggi celebri (da Grace Kelley ai Kennedy fino a Padre Pio, santificato in una delle copertine più imitate di Walter Molino, che firmò sulla rivista dal ’41 al ’66), le trasvolate atlantiche e gli epici viaggi artici, le nascite e i lutti delle case regnanti di mezza Europa, le imprese sportive e gli incidenti più spettacolari.
Come scrisse Dino Buzzati a proposito di Achille Beltrame, di cui fu a lungo caporedattore e ispiratore al Corriere (ma il discorso vale per tutti i disegnatori della Domenica): «Attraverso le immagini da lui create i grandi e più singolari avvenimenti del mondo sono arrivati pur nelle sperdute case di campagna, in cima alle solitarie valli, nelle case umili, procurando una valanga di notizie e conoscenze a intere generazioni di italiani che altrimenti è probabile non avrebbero saputo nulla o quasi. Un maestro dell’arte grafica, quindi, ma anche un formidabile maestro di giornalismo». Non a caso quelle copertine, che per narrare la cronaca rubavano inquadrature al cinema e pose alla pittura, finivano per avere un effetto “drammatico” superiore alla fotografia, spingendo il lettore a immaginare qualcosa di più rispetto alla semplice figura, ad andare oltre, a “inventarsi” quello che era accaduto. Come ben sapeva Achille Beltrame che per disegnare le sue 4.662 tavole, tra copertine e illustrazioni varie, non si mosse mai da Milano, eppure meglio di chiunque seppe rappresentare fatti, luoghi e persone che non aveva mai visto. Come solo i grandi romanzieri, o i giornalisti più scafati, sanno fare.