Quelle foto simbolo sempre uguali

Dal ’68 agli scontri di Roma: cambiano le epoche, non le icone di oltre quarant’anni di violenza

L’immagine pubblicata ieri in prima pagina dai principali quotidiani italiani e internazionali è, molto probabilmente, destinata a segnare il tragico 15 ottobre 2011 nelle strade di Roma, proprio come quella del manifestante incappucciato che impugnava una rivoltella a due mani fu l’effigie del 1977 e, tornando ancor più indietro nella storia, nel 1968 i numerosi scatti di facinorosi armati di mazze, bastoni e sampietrini furono la colonna visiva di quegli anni atroci.
Dal punto di vista meramente formale quest’immagine risulta di rara suggestione, da potersi definire persino pittorica. Sullo sfondo, sfocato, il teatro metropolitano di guerra, sul lato destro divampano le fiamme da un’auto che brucia, al centro un ragazzo a torso nudo, quasi un San Sebastiano, volto semicoperto, lancia in aria un estintore verso un obiettivo non inquadrato, ed è come se il bersaglio del suo gesto violento fossimo noi, esterrefatti prima che indignati.
L’autore della foto, cogliendo l’attimo più estetico in una giornata di folle violenza, ci ha riportato indietro nel tempo, quando analoghi frames furono il nostro pane quotidiano per oltre un decennio, dal 1968 all’inizio degli anni ’80. Da cosa si capisce che ci troviamo nel 2011? Solo dal pessimo gusto ostentato da diverse tribù giovanili di portare i jeans a vita bassa andandosene in giro con mezza mutanda di fuori. Per il resto, tutto uguale: luogo, modalità, contesto, scenario.
Per i più grandi di noi sembra cioè di rivivere gli stessi momenti che, tanti anni fa, ci fecero scegliere una volta per tutti: piuttosto da soli, mai col branco. E chi oggi ha figli giovani avverte la stessa paura dei nostri genitori un tempo. C’è da stare in guardia perché certe immagini colpiscono per il loro fascino seppur sinistro. A Genova, nel 2001, un’iconografia portante non c’era e l’inquadratura di Giuliani di spalle, intento a provocare la reazione dell’agente che poi gli è costata la vita, non risultò particolarmente efficace né altrettanto simbolica, ridotta a mero simulacro. Il 2011, invece, il suo poster purtroppo lo ha già, come fu quello del militante armato opposto alla polizia nel ’77, oppure gli scontri violenti del ’68, quelli stigmatizzati da Pasolini per intenderci. E Roma, come sempre, a subire, la storia e la città ferite.
Pur credendo, nonostante tutto, nelle «magnifiche sorti progressive», qui si avverte il brivido dell’eterno ritorno di vichiana memoria. Allora si era esaurita l’onda lunga del boom economico, disoccupazione e povertà fantasmi più che reali, crisi un termine con cui fare i conti. Sembravano micce sufficienti ad accendere il fuoco che ha tenuto in scacco il Paese per oltre dieci anni? Forse no. Allora vuol dire che c’era dell’altro, e oggi c’è dell’altro. Come un tempo, la polemica politica presta il fianco a interpretazioni violente, la sinistra non scioglie gli ambigui legami nei confronti dei facinorosi, dapprima cavalcando la protesta, poi distinguendo senza troppa convinzione i buoni dai cattivi, pur sapendo che le deviazioni originano dalle loro stesse frange più estreme. Ciò che ne conseguì dopo il ’68, lo ricordano tutti, fu il terrorismo e la striscia di sangue sui marciapiedi italiani. Episodi come quelli di sabato sera ne furono lo stesso amaro antipasto.
Molti pensano che l’immagine di un gruppo di agenti in assetto di guerra simboleggi uno stato di polizia repressivo e che un unico «eroe» solitario ci rammenti l’eterna lotta impari di Davide contro Golia. Gli «sbirri» non avranno fascino, ma sono gli unici che possono difenderci dalla follia criminale, non la politica né, tantomeno, la magistratura. Anzi, speriamo che il giudice chiamato a pronunciarsi, non applichi i principi dell’intellettualità estetica nei confronti del giovane indignato e lo sbatta in galera, facendoci sentire, una volta tanto, che lo Stato c’è.