Quelle fusioni finite sempre male

Fra le tante sciocchezze che sono state dette e scritte per enfatizzare la fusione in corso tra le nomenclature dei Ds e della Margherita spicca questa di Romano Prodi: «È la prima volta nella storia italiana che due partiti invece di dividersi si mettono insieme».
Il presidente del Consiglio non si è ancora accorto evidentemente che il principale dei due partiti prima ancora di fondersi con l’altro ne sta perdendo una bella fetta. Non si è accorto neppure che potrebbe perdere pezzi lungo la strada anche il secondo partito, dove peraltro i più delusi e preoccupati sono proprio alcuni dei suoi amici: per esempio, il ministro della Difesa Arturo Parisi, tentato addirittura dalla voglia di non intervenire al congresso della Margherita.
Prodi non sa infine che l’unificazione in corso non è per niente la prima «nella storia italiana». Gli è sfuggita quella fra i socialisti e i socialdemocratici avvenuta nel 1966, quando egli era forse distratto dalla corte accademica che faceva a Beniamino Andreatta e da quella affettiva a Flavia Franzoni, che avrebbe sposato un po' meno di tre anni dopo: giusto il tempo che impiegarono i socialisti e i socialdemocratici per separarsi di nuovo, come avevano già fatto nel 1947 sul tema dei rapporti con i comunisti.
Sarebbe bene che Prodi colmasse la sua distrazione, o vuoto di memoria, e si facesse raccontare da qualcuno la storia di quella unificazione, che pure fu fortemente voluta e gestita dagli stessi protagonisti della scissione di 19 anni prima a Palazzo Barberini: Giuseppe Saragat, nel frattempo diventato presidente della Repubblica, e Pietro Nenni, nel frattempo diventato vice presidente del Consiglio nei primi governi di centro sinistra presieduti da Aldo Moro.
Per quanto basata su una comune origine ideologica, oltre che gestita dagli stessi protagonisti della precedente rottura, quella unificazione non sopravvisse alle elezioni politiche del 1968 perché il partito unificato risultò inferiore alla somma dei voti che le sue componenti avevano in precedenza raccolto separatamente. La scissione che seguì dopo un anno di rimescolamenti e convulsioni interne al partito socialista seminò tensioni e tossine destinate a produrre un bel po' di crisi ministeriali e infine a liquidare la stessa alleanza di governo, che si chiamava come quella di oggi.
Anche Prodi, come accadde prima a Moro e poi a Mariano Rumor fra il 1968 e il 1969, potrebbe diventare non il beneficiario o leader ma la vittima del nuovo partito. Del quale forse non a torto il deputato Nicola Rossi, già consigliere di Massimo D’Alema, ha appena scritto sul Corriere che potrà crescere solo se «libero di separare i propri destini da quelli del governo in carica», diventato «ormai elettorale».