Quelle inagibili cattedrali nel deserto

La macchina arranca tra le dune del sentiero sconnesso, mentre i tombini scoperti danno il tormento alla marmitta che sbuffa, quasi implorando di tornare indietro. Da una parte non si passa, c’è un’escavatrice. Dall’altra ce la si fa solo a stento, prestando attenzione a non urtare la fiancata del camion che trasporta sabbia e detriti. Tutto intorno è un regno di pozzanghere, rifiuti ingombranti, montagnole di terra, uffici su ruote di agenzie immobiliari e case nuove di zecca. Belle, moderne e vuote, pronte da più di due anni per essere abitate. Non siamo nel deserto ma alle porte della capitale, in un punto in cui si mostra nella sua nudità il miraggio dell’urbanizzazione selvaggia, progettata male e gestita ancora peggio dalla giunta Veltroni. Intanto si costruisce, è questo il messaggio che rimane, poi per i servizi (forse) si vedrà.
È successo alla Bufalotta e a Ponte di Nona, ma quelle a un certo punto sono diventate questioni di lana caprina, a mancare erano «solo» le scuole, il verde e i negozi: nei piani di zona Lunghezza C2 e Castelverde B4, alla periferia estrema di Roma Est, invece non c’è niente di niente. O meglio, solo inagibili cattedrali nel deserto, cantieri sempre aperti, qualche insediamento abusivo di condannati agli arresti domiciliari e un senso di pericolo che aleggia nell’aria. Nessuna traccia di marciapiedi o di lampioni, di luce, acqua o gas, figurarsi di linee telefoniche. A Castelverde manca persino la fogna, bisogna espropriare un’area e trovare circa un milione di euro che il Campidoglio, però, non ha mai cercato. La storia di un piano regolatore che poco proibisce mentre assolve se stesso è quella di tanti sogni mancati, di 11mila cittadini che si sono indebitati per comprare un appartamento tutto loro approfittando dei vantaggi dell’edilizia convenzionata. Costretti subito ad andare in affitto o ad arrangiarsi alla meno peggio, nell’attesa che il IX dipartimento del Comune facesse il suo dovere e portasse a termine gli interventi deliberati il 23 dicembre del 2003. Cioè quasi cinque anni fa. Che dovevano essere pronti a maggio del 2007. Cioè oltre un anno e mezzo fa.
Duecento famiglie, più disperate che coraggiose, non hanno invece avuto altra scelta: per evitare di dormire sotto le stelle, in quelle case ci sono già entrati. Hanno pagato due volte per gli allacci, usano le bombole del gas e di notte si muovono con le pile, sperando di non essere aggrediti o di inciampare in qualche fosso. «Qui c’è un buio d’altri tempi», spiega Giulia mentre ritira frettolosamente i panni, con uno sguardo nervoso rivolto ai nuvoloni gonfi di pioggia. «Dalla fermata dell’autobus al mio portone - aggiunge - ci sono all’incirca cinquecento metri, io la sera finisco tardi al lavoro, ho sempre paura che mi succeda qualcosa». «I bambini dobbiamo tenerli ingabbiati tra quattro mura - spiega un’anziana signora, trascinando a fatica il carrello della spesa e facendo schizzare ciottoli da ogni lato - guardatevi intorno, se li lasciassimo giocare all’aperto rischierebbero di tagliarsi o di cadere in qualche tombino». O di prendere qualche malattia, non è escluso, vista la mole di sporcizia e di immondizia che nessuno si è mai curato di raccogliere. E i futuri residenti, quelli cioè che non hanno avuto il fegato di abitare in certe condizioni, incrociano le dita e sperano che nessuno occupi i loro appartamenti, sebbene questa circostanza si sia già verificata più di una volta.
La nuova giunta si sta battendo per recuperare il tempo perduto, l’assessore Ghera ha appena effettuato un sopralluogo, ma il ritardo accumulato è tanto. Prima di tutto mancano le strade per uscire dal quartiere: ne stanno ultimando una che darà sulla già soffocata via Prenestina dopo l’attesa di un semaforo infinito. Per le altre concordate, una in particolare che può sboccare sulla Collatina e condurre all’autostrada Roma-L’Aquila, il progetto accumula muffa in un cassetto. «Non ci aspettavamo le scuole, ma almeno i servizi essenziali sì, ci siamo sentiti a lungo abbandonati, ora speriamo che le cose cambino rapidamente», afferma Federico Verdicchio, presidente del locale comitato di quartiere, che ha già raccolto più di cento iscritti. Lo hanno chiamato «Colle degli abeti»: un nome ancora ammantato di sogno, con cui loro identificano il futuro. Una zona che Veltroni ha approvato, ma che per lui non è mai esistita per davvero.
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