Quelle indagini sull’ex leader Unipol tra strane sviste, ritardi e buchi neri

Fiorani sentito 11 volte, Consorte solo una. Libero, non ha mai subito sequestri

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Colpi di fortuna, misteri e anomalie, come chiamarli altrimenti? Di questi deve aver goduto sinora Giovanni Consorte, il timoniere di Unipol che quest’estate giunse a un passo dal sogno di una vita: creare in Italia un grande polo bancario-assicurativo con Opa su Bnl e poi fusione con la stessa Unipol. Il progetto era benedetto da chi nel luglio delle scalate sosteneva l’uomo della finanza rossa: Piero Fassino, Massimo D’Alema, Ugo Sposetti, Walter Veltroni, Angelo Piazza e molti altri. Se il sogno dell’ingegnere di Chieti sfumò, le indagini, avviate da un esposto presentato dagli spagnoli del Bbva, appaiono segnate da sviste, ritardi e stranezze. In che termini queste anomalie abbiano influito sulle indagini non è posssibile per ora valutarlo. Né se siano dovute a superficialità, negligenza o altro. Di sicuro si tratta di vicende che suscitano qualche interrogativo e meritano un approfondimento.
FIORANI-CONSORTE 11-1
Già il raffronto tra status delle indagini sui due scalatori estivi Gianpiero Fiorani (Antoveneta) e Consorte (Bnl) è impari. Lo dimostrano i numeri. Fiorani è sotto inchiesta a Roma, Milano, Lodi e persino a Lucca. Consorte a Roma, Milano e Perugia. A Bologna, ad esempio, non si ha notizia che la procura ritenga di aprire un fascicolo per approfondire i conti del gruppo e valutare l’azione del manager. Ancora. Fiorani a Milano è stato interrogato undici volte in carcere, l’uomo Unipol solo una, a piede libero. Poi ha presentato una memoria giudicata insoddisfacente dagli investigatori. Ma non si è saputo più niente.
SOLDI SU CONTI CIFRATI
A tutti i concertisti della scalata sono state sequestrate le azioni Antonveneta; a Consorte e Sacchetti, pur sotto inchiesta anche per il concerto sulla banca padovana, non è stata toccata un’azione. Ancora, la procura di Milano e quella di Roma hanno mandato la Finanza persino in Val Pusteria per ricostruire il patrimonio di Fiorani, congelando beni e perquisendo uffici, case, box e cantine di prestanome. Per Consorte & C. la storia è diversa. Nemmeno i 50 milioni frutto della famosa “consulenza” al trio Consorte, Ivano e Marco Sacchetti, pagata estero su estero, è stata preventivamente sequestrata. I soldi sono ancora lì sui conti cifrati c665 e c790Fs dell’Unione Fiduciaria. Infine le accuse. Consorte è forse il primo indagato in Italia per associazione a delinquere senza nemmeno l’obbligo di firma al commissariato di zona, misura che viene, per esempio, prevista per gli ultrà della curva.
I CONSULENTI ROMANI
A Roma l’inchiesta muove i primi passi a fine aprile quando il procuratore Giovanni Ferrara la assegna all’aggiunto Achille Toro e al sostituto Perla Lori. I due per sviluppare queste indagini e quelle su Antonio Fazio decidono di affidarsi a due tipi di collaboratori, molto diversi tra loro. Il primo è costituito dai militari del gruppo Tutela del risparmio del valutario della Guardia di finanza. Si tratta di investigatori esperti, gli stessi scelti da Milano in tutte le indagini sulle scalate. Gli altri sono sconosciuti al grande pubblico. Si tratta di due professionisti romani, il commercialista Luca Voglino e il professor Alfonso Di Carlo, docente a Tor Vergata. Meritano un approfondimento i rapporti che sarebbero intercorsi tra quest’ultimo e proprio Consorte. Contatti informali che ora emergono dall’inchiesta di Perugia e al Csm. A parlarne è il giudice milanese Francesco Castellano, sotto inchiesta nel capoluogo umbro per le confidenze fatte a Consorte. «Consorte mi disse - ha dichiarato Castellano - che sulla scalata era tranquillo perché riferiva tutto quello che faceva al consulente del Pm». Ovvero proprio a Di Carlo. La circostanza è da verificare, ma sembra esser stata confermata da Consorte ai pm Sergio Sottani e Alessandro Cannevale a Perugia. Posto che sia vera, bisogna capire a che titolo e in che termini il manager di un’azienda in corso di Opa e nel contempo nel mirino della magistratura si relazionava con il consulente della procura titolare proprio dell’indagine sull’Opa stessa. Ancora: Di Carlo informava Toro di questi presunti incontri con Consorte? Venivano redatti verbali o appunti? Al momento non si sa ma il fatto è quantomeno curioso; come se Fiorani nell’estate delle scalate si relazionasse, con incontri e telefonate, con i consulenti di Francesco Greco. Di sicuro i rapporti tra Toro e Di Carlo devono essere stati di fiducia: proprio il figlio di Toro, giovane avvocato, nel 2003 venne inserito da Di Carlo tra i docenti di un master all’università di Tor Vergata. Sulla vicenda Di Carlo, sentito come teste a Perugia, ha negato qualsiasi fuga di notizie. E comunque il professore è un personaggio poliedrico: studioso, commercialista, detiene anche una partecipazione del 33,33% nella napoletana Iris srl che si occupa di «raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi».
ZERO COORDINAMENTO
Di sicuro Di Carlo e Voglino godono della fiducia piena di Toro e per questo assumono un ruolo centrale nell’indagine romana assolutamente impensabile a Milano. In altre parole la procura meneghina non nomina consulenti, delega molte indagini a tre reparti della Finanza, permette la discovery degli atti a tutti gli investigatori. A Roma, invece, per Unipol e Antonveneta ci si è mossi, soprattutto nei primi mesi, in maniera diversa: l’analisi è stata affidata ai due consulenti mentre la Finanza veniva utilizzata soprattutto per acquisire la documentazione. Sono 14 gli accessi, tra acquisizioni di documenti ed esibizione di atti, compiuti: «Ci trattavano - sbotta un inquirente - come fattorini». Se l’indagine inizia a fine aprile, la prima delega dell’aggiunto Toro alla Gdf risale infatti al 4 agosto, cioè tre mesi dopo. Un atteggiamento che non deve essere piaciuto ad alcuni ufficiali delle Fiamme gialle: qualcuno sta valutando il trasferimento dal reparto.
LA NOTA DIMENTICATA
Quando, all’inizio di novembre, le Fiamme gialle presentano in Procura la bozza della loro prima informativa con i risultati d’inchiesta e d’analisi, si verifica qualcosa di strano. Dopo la riunione, infatti, l’atto rimane nella valigetta e nessuno sa più nulla del documento. «Forse era meglio edulcorarlo», maligna qualche investigatore. Di sicuro non venne più consegnato. Perché l’atto non è stato mai formalizzato? Mistero. Eppure l’informativa aveva una sua rilevanza. Per la prima volta si ricostruivano le mosse di Unipol, ipotizzando un aggiotaggio informativo sul titolo Bnl. Si sosteneva che emergevano contraddizioni tra gli acquisti di azioni comunicati al mercato e le compravendite realmente avvenute.
FINTI SEGRETI
Quasi tutte le informative su Consorte, del resto, hanno avuto genesi difficile. Se la prima romana finì in nulla, la prima milanese, circostanziata, con le prime telefonate tra Consorte e i politici, finì prematuramente a disposizione degli indagati a Milano e pubblicata dai quotidiani. Riportava, tra l’altro, alcune telefonate di Consorte con il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti e con l’ex ministro socialista Angelo Piazza. Vergata a luglio dal nucleo valutario di Milano, venne messa a disposizione degli indagati già con il sequestro delle azioni Antonveneta disposto il 26 luglio. Insomma, l’indagine era ancora ai primi passi e parte degli atti già era finita sui giornali. In quei giorni infatti su Unipol la procura di Milano non aveva nemmeno aperto il fascicolo, Roma procedeva ancora contro ignoti. Puntuale fuga di notizie anche per la seconda informativa del Valutario di Milano su Unipol. Venne pubblicata per stralci da Repubblica pochi giorni dopo la consegna dell’atto in Procura. Facendo infuriare gli inquirenti che, però, non avviarono alcuna inchiesta. Pazienza.
TALPE E TELEFONI
Ancora: dopo 1.942 telefonate intercettate sull’utenza di Consorte, la procura di Milano ritiene lo strumento ormai bruciato. Convinti che Consorte e gli altri, Fiorani &C., ormai sapessero di essere sotto ascolto. Avvertiti da una talpa. Chi è? Quando emergono i rapporti tra Consorte e il giudice Castellano, la reazione investigativa non è immediata. Eppure di talpe se ne parla per mesi. Politici, avvocati, amici. Senza prendere particolari precauzioni. Anzi, con alcune sviste. In autunno quando vengono disposte ulteriori intercettazioni, nella sala ascolto della Procura sulla postazione dedicata alle scalate, compare una targhetta con l’elenco degli intercettati. Indicati per nome e cognome. Un fatto insolito. Per sicurezza queste targhette, utili agli operatori per individuare in fretta la postazione della loro indagine, indicano in genere solo i nomi di battesimo degli intercettati. Un’altra svista, talpe permettendo.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it