Quelle italiane nemiche di Stalin e zittite dal Pci

«La resistenza femminile al totalitarismo comunista è un capitolo scarsamente esplorato» e alcune donne italiane che si sono battute sino alla fine per salvare i propri cari e rompere l’omertà sui crimini dello stalinismo, meritano di essere ricordate con il titolo di «giusto» allo stesso modo «in cui si valorizzano le azioni di quanti salvarono gli ebrei, perché sono state capaci di resistere ai ricatti del potere». È quanto affermerà oggi Gabriele Nissim, presidente del Comitato per la Foresta dei Giusti, al convegno nazionale «La memoria del bene. Una memoria affidata alla scuola», che si svolge a Bologna nell’auditorium della Regione Emilia Romagna.
Nella sua relazione, Nissim parlerà di alcune donne che «meriterebbero di essere ricordate come un esempio morale nella storia del nostro Paese» perché «hanno avuto la forza di resistere alle pressioni del potere sovietico e non si sono arrese neppure davanti al pesante clima di omertà di cui sono state vittime al loro ritorno in patria». Storie di donne coraggiose che «sono state tenute a distanza perché le loro storie avrebbero fatto conoscere una realtà diversa da quella che gli intellettuali comunisti raccontavano sull’Unione Sovietica». Nissim, che sta per pubblicare un libro sull’argomento (Una bambina contro Stalin, volume le cui anticipazioni hanno stimolato la recente riflessione di Piero Fassimo sulla necessità di fare finalmente «i conti con la storia»), racconta il coraggio di Pia Piccioni, comunista e moglie di Vincenzo Baccalà, emigrata in Urss nel 1931 su proposta del Pci con le rassicurazioni del famoso sindacalista Giuseppe Di Vittorio. Nel ’33 il marito rifiuta di firmare un documento che esalta l’infallibilità di Stalin. Viene licenziato dopo essere stato denunciato come elemento sospetto, quindi viene arrestato nel 1937 e accusato di spionaggio. La moglie farà di tutto per salvarlo e per sensibilizzare il partito sulla sua sorte. Dopo la fine della guerra, l’amara sorpresa: lei, antifascista, veniva guardata con sospetto dai compagni di partito perché non si arrendeva alla sorte del marito che nel frattempo era stato fucilato. Invierà, inascoltata, memoriali ai leader comunisti italiani. Nel 1990 le sarà negata la parola al XIX congresso del Pci.
Nella Masutti, invece, trasferitasi in Urss ancora bambina al seguito del padre, qui s’innamora, sedicenne, di un giovane antifascista, Emilio Guarnaschelli. Anche lui, come il marito della Piccioni, viene accusato d’essere una spia antisovietica, un nemico del popolo, per essersi recato all’ambasciata italiana. Arrestato, viene deportato al Circolo polare artico. Nella decide di seguirlo, di stargli vicino. Ma la polizia politica li separa e trasferisce l’uomo in un gulag della Kolyma, dove viene fucilato. Lei, credendolo vivo, non si dà per vinta: scrive a Stalin, fa interminabili code negli uffici della polizia. Soltanto dopo molti anni scoprirà la verità, battendosi per far pubblicare le lettere di Emilio, un atto d’accusa contro il regime sovietico, nascoste dal fratello del giovane perché avrebbero messo in cattiva luce il comunismo.
«Nella Masutti e Pia Piccioni - afferma Nissim nella relazione al convegno - tornate in Italia furono costrette a vivere nel più totale isolamento personale e politico, come se si trovassero ancora in territorio sovietico, perché il Pci usò nei loro riguardi lo stesso trattamento riservato dal Pcus ai parenti delle vittime dei lager staliniani, costretti a tacere per non dare pretesti alla cosiddetta “propaganda anticomunista”. Eppure quelle donne non si arresero mai e se oggi conosciamo le storie e le vicissitudini dei mariti lo dobbiamo esclusivamente ai loro racconti».