Quelle lady di ferro che vanno a caccia di ombre

Massimo M. Veronese

Il display scorrevole che ripete all’infinito «London gets safer», «Londra diventa sempre più sicura», ha smesso di illuminare a intermittenza le vetrate di Thames House, a sudovest di Lambeth Bridge. Dietro le finestre dell’ultimo piano, nel quartier generale dell’Mi5, la Lady è stizzita. Lo si capisce dal tono di voce aggressivo con cui chiude le telefonate, dalla porta del suo studio quasi sempre chiusa, dicono abbia dormito poco e male da quella notte, chi può meglio giri alla larga.
Meno di un minuto, cinquanta secondi, il tempo di esplosione di quattro bombe, sono bastati per spazzare via quattro anni di vertici, analisi, investigazioni, studi, interpretazioni, soffiate, pedinamenti. E ora Lady Manningham-Buller, capo del servizio segreto di Sua Maestà, dovrà presentarsi furiosa come sempre e impeccabile come mai a rapporto dal ministro dell'Interno Charles Clarke per spiegare perché il troppo fatto non è stato abbastanza, perché alla vigilia del G8, il livello di allerta a Londra è stato ridotto da «severe-general» a «substantial». La signora della penombra finora è uscita allo scoperto di rado e di solito per non dire niente. Una sola performance, ma memorabile: al Royal United Services Institute di Londra, buttò lì col candore di Jack lo squartatore che «è solo questione di tempo, poi verrà lanciata contro una città occidentale una versione cosiddetta cruda di armi chimiche, biologiche, radiologiche o nucleari». Eliza Manningham-Buller, 55 anni, è fatta così, va subito al sodo e non ha paura di niente. Guida il servizio di sicurezza interna contro terrorismo, spionaggio e proliferazione di armi di distruzione di massa, da tre anni, prima di lei solo un’altra donna, Stella Remington, partendo da un’assunzione come dattilografa, era riuscita a raggiungere un posto che vale uno stipendio annuale di 150mila sterline. Un papà di rango, Lord Choncellor, per anni massima autorità giudiziaria del Regno Unito, e un curriculum di ferro: laurea a Oxford, la principessa Anna come compagna di scuola, agente segreto a 26 anni, missione scovare le spie sovietiche organizzate in Gran Bretagna in una rete attiva fin dagli anni Trenta. Marito ufficiale dell’esercito, cinque figli, un paio di hobby, le parole crociate e allevare galline in giardino e un pessimo carattere che le ha meritato il nomignolo di Bulling Manner, più o meno modi bruschi, cattive maniere. Non si sa se le serviranno adesso per evitare che la prima testa a cadere sia cotonata come la sua.
Anche dietro le vetrate a specchio al numero 10 di Broadway a Westminster, nel quartier generale di Scotland Yard, c’è una donna che trema. A capo dell’unità speciale antiterrorismo della polizia più famosa del mondo, 560 agenti e una media di 90 operazioni al mese, c’è Janet Williams, 46 anni, due figli, magra, affilata, occhi verde ghiaccio, tipa tosta, ma convinta che le capacità di indagine non abbia niente a che vedere con le doti fisiche. È stata ufficiale dell’antiterrorismo nella guerra contro l’Ira, tiratore scelto, ora è la prima donna a guidare i reparti speciali antiterrorismo sul fronte di una guerra silenziosa contro un nemico che ha il volto di tutti e uno zaino a tracolla. La chiamano la volpe argentata, è in servizio 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, in pace e in guerra, in casa e per le strade. Ma anche lei dovrà spiegare perché il 7 luglio non è stato un giorno come tutti gli altri, perché proprio quel giorno Londra aveva meno uomini e meno tempo per pensare a se stessa. Eliza e Janet sanno che sarà dura anche per loro sopravvivere agli attentati di Londra. Certo solo chi vive sbaglia. Ma sarà difficile dirlo davanti alle foto dei dispersi che tappezzano le edicole, sotto display spenti da tre giorni.