Quelle leggi che tutelano l’infanzia maltrattata ma non valgono per i rom

La difficile applicazione del codice ai nomadi che insegnano ai figli ruberie e accattonaggio

Attenzione, questo articolo contiene molti punti interrogativi. Porrò un problema per il quale non ho risposte, ma soltanto delle domande. Domande che quasi tutti i giornali hanno evitato di farsi, in questi giorni di gran parlare sui rom. Il problema - evitato scrupolosamente perché lacerante per le nostre coscienze - è quello dei bambini rom. In Italia abbiamo leggi molto severe per la tutela dei minori, e a tutti noi sembra giusto: se dei genitori non si comportano bene con i loro figli, maltrattandoli, non curandoli, non mandandoli a scuola e facendoli lavorare, quei bambini posso venire sottratti alla famiglia, per il loro bene.
Ma i bambini rom non sono maltrattati, secondo il nostro metro di giudizio, secondo la nostra civiltà, secondo il nostro codice penale? Li vediamo ogni giorno, in giro per le strade quando dovrebbero essere a scuola. A volte macilenti, spesso sporchi come bastoni da pollaio. Dediti all’accattonaggio, il più possibile malconci e malvestiti per suscitare maggiore pietà, o, come sa bene la polizia, a piccole attività criminose. Visto che la responsabilità è dei genitori, per la nostra cultura - prima ancora che per le nostre leggi - si tratta di un maltrattamento di minore, non c’è dubbio.
Per la cultura e le leggi non scritte dei rom, invece, no. Per loro non è affatto una crudeltà il modo in cui trattano i loro figli. Sono cresciuti tutti così, per generazioni e generazioni hanno fatto le stesse cose, vissuto nello stesso modo dei loro genitori e dei loro nonni.
Per gli adulti è giusto che i bambini contribuiscano al sostentamento della famiglia, e probabilmente gli stessi piccoli ne sono fieri. Ma un bambino italiano che venisse mandato a chiedere l’elemosina fra i gas di scappamento delle auto verrebbe subito tolto alla famiglia. Verrebbero tolti alla famiglia anche i bambini che non avessero avuto tutte le vaccinazioni di legge. I piccoli rom vengono vaccinati? Quanto alla scuola, secondo la cultura rom non serve, anzi può essere una commistione pericolosa con gli «altri».
Che fare, allora? Ripeto, non ho una risposta netta. Togliere i figli all’affetto dei genitori (perché sono sicuro che quei genitori vogliono bene ai figli, a modo loro) è sempre una decisione gravissima: soprattutto per chi crede che lo Stato debba impicciarsi il meno possibile della vita privata dei cittadini. E poi, toglierglieli per farne cosa? Per metterli in orribili istituti? Per darli in affidamento o in adozione a famiglie dove si troverebbero - già grandicelli - completamente sradicati e spaesati? Quanto sarebbe un bene, per loro?
Secondo il «Rapporto supplementare alle Nazioni Unite del Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti del fanciullo», nel 2001 in Italia i rom erano tra le 110 e le 120.000 unità, di cui circa il 60 per cento costituito da minorenni. Oggi, dopo le ultime ondate migratorie, sono molti di più. Da indagini di campione, poiché non sono mai stati fatti dei sondaggi, i minori da 0 a 5 anni erano circa 22.000 unità, da 6 a 14 anni circa 30.000 unità, da 15 a 18 anni circa 14.000.
Circa 70.000 erano in possesso della cittadinanza italiana, e moltissimi sono nati in Italia, come tutti gli infanti dell’ultima ondata migratoria. Perché non devono essere mandati a scuola, che è un diritto-dovere dei cittadini italiani? La legge non è uguale per tutti? E, se qua e là vengono istituiti dei corsi delle elementari, chi ha mai visto un ragazzo rom al liceo? In compenso ce ne sono molti nelle carceri minorili.
Ma quale genitore italiano sarebbe contento di avere in classe con i figli dei bambini rom, con tutto ciò che la vicinanza comporta, dall’igiene al comportamento? Benché la circolare ministeriale numero 207 del 1986 sancisca il diritto dei bambini zingari a frequentare la scuola dell’obbligo, e dunque impegni lo Stato a elaborare interventi specifici, sono poche le scuole in grado di svolgere attività integrative, così come sono scarse anche le iniziative di formazione e sensibilizzazione del corpo insegnante, e raro è l’impiego di mediatori culturali.
Se i giovani rom sono in grado di seguire corsi di studio regolari non potranno nemmeno scegliere di preferire alla cultura rom quella nostra. Come ci si sedentarizza se non si ha un titolo si studio? E come si arriva a un titolo di studio se non ci si sedentarizza?
Domande, domande, come avevo annunciato. E una sola certezza: il diritto del minore deve prevalere su quello dell’adulto. Sì, ma come?
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