Quelle manovre per uscire dall’ombra del Cavaliere

da Roma

Al governo ha scelto di non andarci, perché - ha raccontato più d’una volta in privato - il risultato elettorale incassato dal Cavaliere gli avrebbe «lasciato margini di manovra davvero minimi». Con il rischio, peraltro, d’incappare nell’ennesima «divergenza d’opinioni» con Giulio Tremonti dopo quella «esplosiva» del 2004. Così, Gianfranco Fini la sua partita ha deciso di giocarla dalla presidenza della Camera, come fecero a suo tempo prima Pier Ferdinando Casini e poi Fausto Bertinotti (con risultati decisamente diversi). Perché, ragionava qualche mese fa con gli uomini che gli sono più vicini, gli spazi d’azione «sono più ampi», soprattutto «evitando le questioni di governo».
E questo ha fatto Fini. Che - basta guardare tempi e luoghi - con la querelle sul voto agli immigrati si è nei fatti seduto al tavolo di una partita che si concluderà solo quando Silvio Berlusconi non sarà più a Palazzo Chigi. Tra la lettera di Walter Veltroni (indirizzata «al presidente della Camera») e la mano tesa del leader di An, infatti, ci sono oltre ventiquattr’ore di riflessione e la scelta di una location che più adatta non poteva essere per tendere la mano al capo dell’opposizione: la festa del Pd di Firenze.
Non che sia la prima volta che Fini prova a smarcarsi, certo. Ma una cosa è farlo stando all’opposizione, altra è quando si ricopre la terza carica dello Stato e si interagisce con un governo «amico». Una riflessione, questa, che ieri sera a Palazzo Grazioli non ha mancato di fare Berlusconi, che pare non abbia affatto gradito quello che in molti hanno letto come uno strappo nei confronti della Lega. E, sussurra qualcuno, nei confronti di Tremonti che del Carroccio è una sorta di leader putativo.
Ma Fini, assicura chi lo conosce, «su questa strada proverà ad andare avanti». Perché per smarcarsi dal ruolo di leader di An e presentarsi con un’immagine alla Sarkozy certo non basta far confluire il partito nel Pdl prima e nel Ppe poi. Ma il punto, si fa notare dalle parti di Palazzo Grazioli, è che «se affrancarsi vuol dire andare alla guerra con la Lega» o «si è sbagliato strada» oppure «già si pensa a un quadro politico destinato in futuro a un rimescolamento totale». Anche per questo, forse, le frenate più decise al voto agli immigrati sono arrivate anche da An, dove qualche colonnello inizia a temere che si riproponga tra Palazzo Chigi e la Camera un dualismo simile a quello del 2001-2006 con Casini. Uno schema, in verità, ancora molto lontano visto che Fini si è limitato ad accelerare su un tema dove già si era esposto e che - come hanno fatto notare anche i vertici di via della Scrofa - «non è nell’agenda di governo».