Quelle mezze verità sulla legislatura

Egidio Sterpa

Ora sappiamo con certezza che al Cavaliere è proibito anche scherzare. Perché ogni suo scherzo, ogni sua boutade diventa cosa seria per gli avversari. Chi ha visto la sua esibizione a Matrix venerdì scorso? Ebbene, scherzava o no quando, ridendo, ha detto: «Solo Napoleone aveva fatto di più»? Una facezia quasi un’autoironia. E però, vedete un po’, è stata presentata come un’autocelebrazione. Persino su un giornale serio e autorevole come Il Sole 24 Ore sotto una foto di Bonaparte è apparsa ieri questa didascalia: «Il premier venerdì si è paragonato a Napoleone». Lo si lasci dire a chi proprio su questo giornale verso il Cavaliere mai ha avuto condiscendenza: siamo all’assurdo. Sì, ora si sta esagerando con la denigrazione. Non è più polemica e neppure satira.
Si dice: ma c’è stata esagerazione da parte sua nella esibizione televisiva. Può darsi, ma in taluni casi lo ha fatto a suo rischio e pericolo, non certo comunque in violazione di norme, perché la cosiddetta «par condicio» è in vigore solo da sabato. Gli va riconosciuto, ad ogni modo, di non avere mai fatto ricorso ad eccessi di pessimo gusto. Può aver ecceduto in enfasi politica e in motti di spirito, ma concediamogli almeno l’uso della buona educazione. Insulti? Mai, ammettiamolo.
Come sul Corriere ha scritto Giuseppe De Rita, uomo intelligente, il Cavaliere, semmai, è un «leader asimmetrico», che sorprende e spariglia, che spiazza avversari e spettatori mettendosi sempre su piani diversi da quelli previsti, ma non sorpassa mai i limiti del galateo. Ha ragione De Rita: «Gli avversari faranno bene a non buttarla troppo in moralismo ed ironia». Anche perché soprattutto in ironia sa batterli tutti. Ma che dire degli avversari? Prodi, ieri l’altro, presentando il suo programma ha un po’ trasceso accusando addirittura il suo contendente di rovesciare «sterco (sic) sui competitori». A parte il sudicio termine, questo proprio non è vero. Il Cavaliere può commettere altri errori, può indulgere nella parte del diseur de bon mots (non è un «cervello torpido», direbbe il Cervantes), ma sa comportarsi civilmente. Prodi e con lui i suoi sodali farebbero bene a trovare accuse più valide. Ripeto: lo si lasci dire a chi da sempre rifiuta la parte di yesman.
La verità è che quella che i francesi hanno definito, con un nuovo vocabolo, declinologia (parola inventata, pare, da de Villepin, stufo anche lui della troppa denigrazione), in Italia è arrivata a livelli iperbolici e insopportabili. Per la nostra sinistra non c’è proprio nulla di buono su questa sponda. I cinque anni di governo Berlusconi sono semplicemente un disastro. Perciò va tutto cancellato. Riforme? Nessuna. Solo cattive leggi. Insomma, no su tutto. Siamo all’insensatezza, oltre che alla peggiore e sciocca demagogia. Come dice lo stesso De Rita, si sta svolgendo da sinistra una paradossale e ottusa «crociata contro l’infedele». Si può essere più incredibili di così? Vediamo un po’ quanto c’è di vero nei tanti «no» dell’opposizione. C’è già capitato di citare una serie di articoli del Sole 24 Ore del dicembre e gennaio scorsi in cui si giunge alla conclusione, onesta diciamolo, che una buona parte del programma enunciato da Berlusconi all’inizio della legislatura è stato realizzato. Ora, in un libro edito dal Mulino, il sociologo Luca Ridolfi, non certo berlusconiano, ammette che il famoso contratto del Cavaliere è stato rispettato al 60 per cento, ammettendo, anche qui con un briciolo di onestà, che la stagnazione dell’economia «ha ostacolato gravemente l’azione di governo nell’attuale legislatura». Stagnazione dell’economia? Qualcosa di più forse: l’attacco alle due Torri di New York, due guerre, petrolio alle stelle (da 25 a settanta e più dollari al barile) e quant’altro.
Insomma, è dalla stessa sponda opposta che si leva qualche voce ragionevole, sia pure malvolentieri. Sempre sul Sole 24 Ore, in un bilancio di fine legislatura, si dà atto (autore Roberto Turno) che, «piaccia o no la qualità», il «bottino» del Governo «è notevole: fisco, pensioni, ordinamento giudiziario, devolution e riforme istituzionali, legge elettorale, risparmio e Bankitalia, legge Biagi, emittenza, stop al fumo, scuole, fecondazione assistita, immigrazione, pugno duro contro tutte le droghe, Codice della strada, infrastrutture, legittima difesa». Per non dire di altre leggi, sia pure assai discusse: conflitto d’interessi, falso in bilancio, ex Cirami ed ex Cirielli, lodo Schifani, inappellabilità delle sentenze di proscioglimento in primo grado (questo in attesa del visto definitivo).
In definitiva, come si fa a dire che il bilancio di questo Governo è totalmente negativo? Può non piacere (come dice Il Sole 24 Ore, «piaccia o no la qualità»), ma non è così. Piero Ostellino, amico liberale ma con la punta di un piede forse sull’altra sponda, sabato scorso sul Corriere replica giustamente al senatore Franco De Benedetti, diessino per scelta, che la sua accusa a Berlusconi di aver «spaccato il Paese» (accusa rivolta in una trasmissione di Otto e mezzo) non ha senso, spaccare il Paese in democrazia significa prendere decisioni e che, per esempio, l’Italia non è mai stata «tanto viva e fertile» come quando s’è spaccata per l’adesione della Nato e nel referendum sulla scala mobile. Sissignore, la vera democrazia è alternanza di destra e di sinistra. Giustissime osservazioni quelle di Ostellino, al quale però ci permettiamo di togliere qualche illusione, perché al cento per cento è sicuro che i suoi richiami saranno nient’altro che vox clamantis in deserto. Che dispiace anche a noi, ma così è, caro Piero.