Quelle «morti bianche» del Nord che non fanno notizia

Agli infortuni mortali sul lavoro, alle cosiddette “morti bianche” non ci rassegneremo mai, non possiamo tollerare che il lavoro, per troppi uomini e donne, si trasformi in una tragica sfida, senza rete, senza la rete delle misure di sicurezza che debbono privilegiare le ragioni della vita. Le statistiche dicono che, in materia di infortuni mortali, siamo leggermente sotto le medie europee, ma questo dato non deve tranquillizzare nessuno: dobbiamo fare di più per garantire l’integrità di chi lavora, senza guardare oltre confine.
È apprezzabile, quindi, l’allarme lanciato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo la morte dell’operaio travolto dal crollo nel cantiere dell’autostrada Catania-Siracusa. Il capo dello Stato, ha informato una nota del Quirinale, è «profondamente colpito dal continuo ripetersi di tragici infortuni sul lavoro», e noi siamo concordi e solidali, gratificati dal fatto che simili tragedie allarmino e attivino le massime cariche dello Stato.
Notiamo, tuttavia, che la partecipazione, l’allarme e l’indignazione per le morti bianche siano intermittenti, oggettivamente discontinue e, sotto il profili territoriale, quasi discriminatorie.
Televisioni e giornali, sulla scia dell’interessamento delle autorità, hanno dato il massimo rilievo alla sciagura nel cantiere siciliano, ma passa quasi sotto silenzio una tragedia avvenuta in provincia di Bergamo, a Calvenzano. Un operaio egiziano è morto dopo essere stato travolto da un carrello che trasportava malta in un’impresa di costruzioni. Si è trattato del quinto infortunio mortale sul lavoro avvenuto in prinvicia di Bergamo dall’inizio di giugno. È un dato che fa rabbrividire, ma nessuno ne parla, né si mobilitano i telegiornali. Non basta, in Toscana sono morti due operai albanesi, in un incidente stradale provocato da un colpo di sonno: uomini che raggiungevano le loro case dopo una dura giornata di lavoro. Ma né loro né l’operaio di Calvenzano fanno notizia, nessuno trasmette messaggi per loro, la retorica della solidarietà ha una precisa direzione territoriale.
Siamo consapevoli del fatto che le massime cariche dello Stato non possono tener dietro alla tragica contabilità delle morti bianche per sfornar messaggi a ripetizione, ma non vorremmo nemmeno che si creasse un’infame gerarchia del dolore per le morti bianche, per privilegiare città e regioni che sono più vicine alla retorica e alla comunicazione del potere. I morti sono tutti eguali, soprattutto i morti sul lavoro.