Quelle nozze fallite tra Veltroni e Di Pietro

I due leader opposti in tutto: alleati solo per battere Berlusconi, ora si scontrano in un duello senza fine. Walter studia da premier, scrive libri, cita McEwan e disprezza il Bagaglino. Tonino rappresenta la minoranza che vive la politica come una crociata

Nell’ipotetico libro Cuore della sinistra italiana sappiamo benissimo che Massimo D’Alema è l’odioso-odiato Franti («l’infame sorrise» ricordate?) e Walter Veltroni il buon Garrone che si fa in quattro a casa e a scuola. Ma Antonio Di Pietro chi è? La piccola vedetta lombarda, l’indefesso scrivano fiorentino, l’eroico ragazzino di Sangue romagnolo, la Maestrina dalla penna rossa? Basta guardarlo e sentirlo per capire che in quel libro e in quella sinistra è stonato: lì dicono «We can» e lui replica che senza il suo aiuto «non vincerebbero nemmeno le bamboline». Lì parlano di sistema tedesco, di partito maggioritario, di «italiani-europei» e come risposta si ritrovano davanti metafore culinarie: «Il Pd è un piatto di spaghetti, il Pd con l’Italia dei valori un piatto di spaghetti con sopra il formaggio».

L’alleanza Veltroni-Di Pietro passerà alle cronache come il più clamoroso caso di «circonvenzione di capace». Politico di lungo corso, il neo-segretario del Pd lavorò a un accordo con il sanguigno ex poliziotto e ex magistrato divenuto leader populista, nell’illusione di servirsene come sponda sul versante giustizialista e di inglobarlo, anestetizzandolo, in un pantheon di riferimenti che da Don Milani a Madre Teresa, passando per il sindaco santo La Pira avrebbe addormentato anche un elefante. Si sa come è andata a finire.
Certo, all’indomani della grande manifestazione del Circo Massimo, Veltroni può ostentare maggior sicurezza. È in grado di mobilitare la piazza meglio e più dell’alleato-rivale, ha alle spalle un partito più forte, possiede un ecumenismo di facciata che all’altro manca. E tuttavia, senza scomodare il latino del simul stabunt, simul cadent, l’accoppiata assomiglia un po’ al detto «’o zoppo ch’aiuta ’o cecato». Finiranno sotto un tram.

Da sei mesi il copione si ripete con desolante monotonia. È che si scontrano due modi opposti di intendere la politica. Di Pietro mira ad allargarsi e a fortificarsi: è il padre-padrone di un piccolo partito amministrato con la passione e la cupidigia contadina che gli è propria: è «robba sua»... Veltroni si ritiene un leader, studia da prossimo presidente del Consiglio, è in grado di ipotizzare scenari che vadano al di là del contingente. E tuttavia resta paralizzato all’idea di dare un taglio a un’alleanza ibrida e pericolosa. Dice, non dice («ama contraddirsi» ha ironizzato Arturo Parisi), poi ridice e intanto non decide.

Prima di provare a spiegare il perché è comunque doveroso correggere la «vulgata» veltroniana di un pensiero coerente in materia, vulgata secondo la quale avendo Di Pietro, all’indomani delle elezioni, deciso di fare gruppo parlamentare a sé, contrariamente agli accordi stipulati, l’alleanza di fatto si ruppe. Da allora, dicono gli esegeti, «Veltroni non ha fatto altro che ribadire quello che ha sempre detto». Bisognerà perciò ricordare che dopo il tonfo elettorale, Veltroni, riferendosi all’annuncio dipietrista, sintetizzò: «Non c’è stato alcun tradimento». In caso di vittoria, era la spiegazione, la compattezza dell’alleanza avrebbe dovuto essere salvaguardata, ma di fronte alla sconfitta era più logico marciare separati per colpire uniti. Ciò che veniva taciuto era che l’apparentamento concesso al solo Di Pietro era il frutto strumentale di un accordo per eliminare quegli altri spezzoni della sinistra costretti di fatto a annegare, nel corpaccione del Pd. Era, insomma, funzionale a entrambi, ma a termine, perché solo una mente malata avrebbe potuto teorizzare la vittoria...

Il problema è che Di Pietro incarna quella «non politica» che la Sinistra ha a lungo cavalcato, riuscendo più o meno sempre a imbrigliarla, ma che ora, dopo lo tsunami che ne ha travolto l’ala estrema, si ritrova guidata da un capo popolo che verso quella stessa Sinistra, intesa come classe dirigente e come storia, non ha alcun complesso reverenziale e nemmeno un patrimonio comune di valori. Anche nei momenti di più forte dissenso era difficile che il Bertinotti, il Pecoraro Scanio, il Cossutta o il Diliberto di turno dicessero di Veltroni quello che Di Pietro ha detto in questi ultimi sei mesi: «Non ho capito se parlava lui o Cicchitto», «Senza di me non vincerebbe nemmeno se si alleasse con Gesù Bambino», «Si attacca agli specchi, voleva andare a braccetto con Berlusconi, ha ondeggiato al punto da sembrare persino collaborazionista»... Il massimo della replica è stato: «Non lo commento», «È un demagogo, ma in senso buono», «Chi urla più forte poi finisce al Bagaglino».

Il Bagaglino è uno degli incubi di Veltroni. Ma come, scrive romanzi, dialoga con Ian McEwan e Ignacio Paco Taibo II, dai suoi libri vengono tratti dei film e si deve ritrovare al proprio fianco uno che proprio su quel palcoscenico si tirava le torte in faccia con Schifani, si fa ritrarre sul trattore come la Buonanima, è l’emblema di ciò che ai suoi occhi è sempre stata la destraccia: sudore, canottiera e Montenero di Bisaccia... Solo che dietro c’è un partito del 5-6 per cento, 14 senatori, 29 deputati, e alleanze locali già operanti e davanti c’è la statua di marmo del Commendatore, ovvero Berlusconi, intorno alla quale Di Pietro danza con una collana di spicchi d’aglio intorno al collo, perché è il Diavolo e nessuno lo deve avvicinare. Ogni accordo è «un inciucio», ogni trattativa «un tradimento». È l’opposizione di piazza e di budella che affascina tutti quelli che vedono la politica come la crociata del Bene contro il Male.
All’indomani di Piazza Navona Veltroni ci provò a contrastare il corpulento energumeno (per riprendere il D’Alema antibrunettiano). «Scelga se stare con noi o con la piazza che insulta il Colle» disse con stile un po’ immaginifico. «Nessuno pensi di poterci intimidire con degli aut aut di sorta, noi rispondiamo solo a chi ci ha eletto» fu la risposta. Sembrò che le strade dovessero finalmente dividersi e fra quelli che nel Pd considerano Di Pietro un insopportabile foruncolo ci furono manifestazioni di gioia per la ritrovata dignità. Ironicamente Peppino Caldarola la celebrò con un corsivo sul Riformista che riprendeva una struggente canzone di Caterina Caselli: «Arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là/ E quando andrò devi sorridere se puoi/ Non sarà facile, ma sai, si muore un po’ per poter vivere/ Cercavo in te la tenerezza che non ho/ la comprensione che non so trovare in questo mondo stupido/ Quella persona non sei più, quella persona non sei tu/ Finisce qua, chi se ne va che male fa!»... E invece, non se n’è andato nessuno.

Nella logica dipietrista, è comprensibile. L’intransigenza morale paga, e tantissimo, in uno schieramento che l’ha usata a man bassa e che ha finito con il farne un’arma di ricatto. E non è un caso che l’ultimo Veltroni, quello del «rischio Putin per l’Italia» abbia persino cercato di cavalcarla, anche se, va detto, il fisico non l’aiuta e si capisce lontano un miglio che non ci crede e probabilmente se ne vergogna. Al solito, è ancora una volta un problema di leadership dell’opposizione, di «capacità di egemonia». E la sensazione è che Veltroni non sia così forte nel suo partito da poterla applicare come vorrebbe. È salito troppo presto, ha compiuto l’errore di tagliare le gambe a Prodi accelerandone la caduta, si ritrova cinque anni d’opposizione davanti, a meno di un suicidio politico della maggioranza, il tempo insomma non lavora per lui. Di Pietro invece di tempo ne ha da perdere, e più ne perde più è tempo guadagnato. Arrivederci amore, ciao...