Quelle ombre che proteggono Condi

La scortano ovunque, di lei sanno tutto anche quanti scalini deve scendere. E hanno storie che sembrano un film

Di lei sanno tutto, ogni cosa. Sono le sue ombre discrete, efficientissime. Lei è la donna più potente degli Stati Uniti, Condoleezza Rice. Loro sono i suoi angeli custodi.
Mike Evanoff è fotografato a non più di un braccio di distanza da Rice. Il suo soprannome è «Ombra». L'incarico ufficiale è agente speciale responsabile delle operazioni di sicurezza del Dipartimento di Stato. Fin da piccolo il suo destino è segnato da quello di grandi donne. Sua madre è stata la prima poliziotta a prestare servizio alla Corte suprema. «La nostra è un'alchimia - ha spiegato parlando di Rice -. Io posso dire quanti gradini dovrà scendere o salire, se dovrà girare a destra o a sinistra, dove esattamente la macchina si fermerà per farla salire o scendere». Più che una vita al seguito una vita in anticipo, visto che il suo team precede di un passo quello di Rice. «Sappiamo persino - dice come una battuta, ma è una cosa seria - se il terreno dove camminerà sarà soffice, duro o scivoloso». Condoleezza Rice non è l'unica «grande donna» su cui ha vegliato. Prima ci sono state Diana d'Inghilterra e Rania di Giordania. Si capisce così il suo motto: sempre in viaggio con pistola e smoking. Il suo è il coronamento di una carriera esemplare costruita in paesi ad alto rischio sicurezza, tra cui Filippine, Marocco e Pakistan. Nel 1994 viene nominato responsabile della sicurezza dell'ambasciata americana a Sarajevo quando fu riaperta durante il conflitto in Bosnia. Gli ultimi tre anni li ha passati al fianco della Rice. Il suo team (75 persone) fa parte della Sicurezza diplomatica, che protegge il personale di 258 tra ambasciate, consolati e missioni degli Stati Uniti sparsi in 159 Paesi del mondo. «Siamo - per spiegare chi sono gli agenti che guida - un mix tra i Servizi segreti, l'Fbi e la Cia». Quando gli chiedono il momento più pericoloso prima risponde che ce ne sono stati tanti, ma poi non ha dubbi: la visita a sorpresa di Condoleezza Rice a Bagdad nel marzo del 2006 con al seguito l'allora ministro degli Esteri inglese, Jack Straw, «prelevato» all'ultimo momento durante una tappa a Liverpool. Una volta atterrato l'aereo che li trasportava, i due si sono diretti verso la Green Zone della capitale irachena e per arrivarci hanno dovuto percorrere una delle strade più pericolose dell'Irak: l'autostrada che collega l'aeroporto alla città. Evanoff ha confidato più volte che quel viaggio è stato uno dei più lunghi della sua vita e i 45 minuti del percorso gli sono sembrati un'eternità. Sopra e intorno a loro elicotteri e blindati americani a fare da scorta contro gli attacchi kamikaze che, proprio su quella strada, sono all'ordine del giorno. Il viaggio di questa settimana in Medio Oriente di Condoleezza Rice è stato l'ultimo per Evanoff al seguito del capo della diplomazia americana. Lo attende una nuova sfida: la direzione della sicurezza del quartier generale della Nato a Bruxelles, anche se ha già detto che la Rice gli mancherà.
Carol Perez è invece la «donna dei viaggi di Stato». È lei che coordina ogni minimo dettaglio delle missioni all'estero di Rice. Insieme le due donne hanno toccato 106 Paesi e percorso 31.263 miglia su e giù per i cinque continenti. Lei si occupa anche di tutti quelli che ruotano intorno al Segretario di Stato. In quest'ultimo viaggio in Israele il corrispondente della France Press ha avuto seri problemi ad entrare nel Paese perché aveva passaporto malese. Perez si è subito messa all'opera per superare l'ostacolo burocratico, grazie al suo passato da diplomatico in Spagna e Italia. Ma c'è un viaggio che ricorda con paura, un «semplice» Berlino-Londra. Per i forti venti il pilota aveva consigliato un atterraggio d'emergenza in Spagna. La Rice non ne volle sapere. «Mi sentivo come sulle montagne russe - racconta Perez -. Avanti e dietro tra il segretario che voleva proseguire e il pilota che lo sconsigliava». Alla fine si atterrò. Le missioni che più l'appassionano sono quelle segrete, dove la destinazione è resa nota soltanto ad alta quota. «Capita - spiega - che organizziamo le tappe nel cuore della notte». Ma per una donna che attraversa due volte il Meridiano zero in media ogni dieci giorni si tratta di semplice routine.