Quelle parole utili all’Islam

Queste parole nascono per dar voce a un malessere e a un'indignazione che ha preso me (e con me altri, per fortuna) leggendo alcune reazioni che hanno seguito le ormai famose parole pronunciate dal Papa in Germania, prima a Monaco e poi (soprattutto) all'Università di Ratisbona. Giustamente Riccardo Bonacina, nel più bel commento apparso a tutta la vicenda (lo potete trovare sul sito www.vita.it), se la prende con tutti quelli che dicono che il Papa ha sbagliato a prescindere dal contenuto delle sue parole, e ne fanno questione di opportunità politica. L'errore sarebbe stato quello di presentarsi per una lezione universitaria, come un semplice professore, senza far leggere a nessuno il testo preparato, e dimenticando, per così dire, di non essere solo il prof. Ratzinger, bensì il Vicario di Cristo.
Un errore politico, un cattivo calcolo di opportunità. Uno scivolone. O, peggio, una trappola nella quale il Santo Padre è caduto come la classica pera cotta. Peggio delle brutte vignette danesi anti-Islam, peggio delle bruttissime t-shirt di Calderoli (che ha già promesso di indossarle di nuovo). Chi vuole può ben dire che ha sbagliato, ci mancherebbe. Ma a patto di non fermarsi lì.
Il primo problema, che Bonacina ha colto - così come lo hanno colto, a modo loro, i laicissimi Adriano Sofri e Barbara Spinelli - è che non si può giudicare un intervento del Papa (e, secondo me, di chiunque desideri dire qualcosa) prescindendo dal merito di ciò che ha detto.
Anzi: solo una discussione riguardo al contenuto di pensiero espresso dal Papa ci abilita a giudicare quale sia il suo miglior uso politico. Non si può parlare di opportunità a prescindere, come diceva Totò.
«Occorre un allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa» ha detto il Papa. «Perché, con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza».
Queste parole non erano rivolte all'Islam, così come non lo erano le parole «brusche» di Emanuele II Paleologo, imperatore bizantino, citate durante la lezione a Ratisbona. Parole che non intendevano minimamente ferire la suscettibilità islamica, ma soltanto chiarire all'uditorio di una delle più prestigiose università europee quelli che sono i fondamenti dell'identità occidentale. Un'identità di cui l'Occidente si vuole disfare (anche quando si fa, caricaturalmente, paladino di se stesso).
A questo proposito, nel brano sopra citato Benedetto XVI dice cose importanti e per nulla ovvie. La prima è che le possibilità dell'uomo hanno anche un risvolto nefasto, e che è necessario chiedersi in che modo si possano dominare. La seconda è che, a questo scopo, il cristianesimo offre un criterio: la ragionevolezza della fede. La ragione non solo come calcolo logico o verificabilità sperimentale, ma come potenziale apertura alla totalità del reale.
Vogliamo parlare di fede? Vogliamo parlare di ragione? Se desideriamo evitare decenni di banalità e di luoghi comuni, è necessario interrogarci sul senso di queste parole, e dunque su noi stessi, perché dire «Dio» e dire «ragione» non è come dire «bicchiere»: implica un'insurrezione della persona, un'indagine su di sé.
Un amico vaticanista obiettava che le parole del Papa rischiavano di essere usate politicamente dai diversi sostenitori di guerre sante & affini. Invece non è andata così. Il Papa non ha dato nessun adito ai sogni di queste persone (che non hanno mancato di rimproverarlo), perché il cristianesimo come lo intende Ratzinger non coincide con la religione dell'Occidente e altre simili bestialità, ma solo con un fatto storico - Gesù di Nazareth - e con l'incontro personale con quel fatto, che genera una nuova antropologia.
Questo ha molto a che fare con la ragione. Abbiamo creduto a Gesù Cristo perché Gesù Cristo corrisponde più di chiunque altro alla nostra necessità di verità, bellezza, amore, giustizia. Io appartengo alla Chiesa perché riconosco razionalmente che quello che la Chiesa mi dice su di me e sul mondo è vero.
Su questo, ovviamente, si può non concordare. Anch'io, come Bonacina, mi sono stupito che nessuno, nello sterminato Islam pieno di bellezza e di sapienza, reagisse alle parole del Papa stando alla loro altezza, e invece di incendiare crocifissi e lasciare libero sfogo alla furia oppressa si prendesse la briga - magari da una delle moltissime università del mondo islamico - di dire: «No, caro Benedetto XVI, io non sono d'accordo con te. Ora ti dico come la penso io».
Questo è il dialogo: una reciproca conoscenza attraverso una chiarificazione di sé. Conoscere l'altro e conoscersi fanno parte di un unico moto. Al dialogo e alla conoscenza abbiamo sostituito la tolleranza, e la tolleranza si è ridotta a sua volta a un cinico calcolo delle parole da dire e di quelle da non dire. A furia di stare attenti a non toccare la suscettibilità di questo e di quello ci siamo ridotti a non dire più niente. A furia di prescindere dal merito rischiamo di non saper più che cos'è il merito (e il merito, credetemi, alla fin fine siamo noi stessi, la nostra vita, il nostro destino).
Ma da questa immobilità non nasce alcun dialogo. Anzi, non nasce proprio niente, tantomeno la sperata pace. Personalmente, considero le parole di Benedetto XVI utili anche all'Islam, perché lo invitano a esplicitare le proprie ragioni. Io sono certo che, se un uomo aderisce all'Islam, lo fa perché ne riconosce la verità. Se così è, anche nell'Islam il rapporto tra fede e ragione esiste, ed è vivo.
Mi ha colpito il silenzio che ha circondato le vere motivazioni dell'intervento del Papa, e temo che si possa trovare solo e incompreso. «Forse in questo suo ragionare - scrive Bonacina - si è spinto troppo in là, o troppo in alto, ma dobbiamo pure cominciare a chiederci se è mai possibile continuare a stare fermi consegnando il discorso su Dio e sulla fede solo a chi è interessato a una sua riduzione politica e ideologica».